incidente nucleare fukushima

Fukushima, un mese dopo. A 25 anni dal disastro nucleare di Chernobyl il copione si ripete. Incidenti simili non dovranno più accadere. Quante volte abbiamo sentito questa frase? Un operaio muore asfissiato dentro un silos, dei bambini bruciano vivi in una baracca, un barcone di migranti naufraga al largo di Lampedusa... La frase di circostanza è sempre la stessa: incidenti simili non dovranno più accadere. Lo si era pensato e creduto e detto anche in occasione di Chernobyl, ma la realtà se ne è fregata delle nostre parole, per il semplice fatto che alle parole, ancora una volta, non sono seguiti i fatti. E così, 25 anni dopo quello si credeva il peggior disastro legato all'energia atomica per uso pacifico, il mondo intero viene a sapere tutto di una cittadina fino a poco fa sconosciuta: Fukushima.

Qui, esattamente un mese fa (11 marzo 2011), il 5° sisma più violenti della storia dell'umanità – il terremoto di Sendai, come lo hanno ribattezzato i giapponesi – ha provocato gravi danni a due centrali nucleari, quella di Fukushima Daini (o Fukushima II) e soprattutto quella di Fukushima Daiichi (o Fukushima I). Le conseguenze per l'ambiente delle fughe di gas radioattivo e dell'acqua contaminata che i tecnici della Tepco – la società che gestisce le centrali – hanno rilasciato in mare sono state e sono tuttora tragiche. E lo saranno per centinaia, forse migliaia di anni, proprio come nel caso di Chernobyl. I punti in comune tra i due incidenti, nonostante la causa umana per l'uno e naturale per l'altro, sono tanti, troppi, e vale forse la pena riassumerli nel dettaglio. Anche perché, tra due mesi esatti, un altro copione si ripeterà proprio qui in Italia: favorevole o contrario all'energia nucleare?

L'allarme e l'evacuazione. Nonostante la nenia di alcuni giornalisti prezzolati (“Fukushima è tutt'altra storia rispetto a Chernobyl”), già nelle modalità di evacuazione ritroviamo analogie evidenti. Il perimetro che le autorità russe e giapponesi hanno dichiaratooff-limits, ad esempio, è lo stesso: 30 km. Tuttavia, in entrambi i casi, le radiazioni sono arrivate ben più lontane, fino a toccare l'Europa nel caso di Chernobyl, fino a contaminare l'acqua e il cibo di Tokyo nel caso di Fukushima. In pratica, la popolazione è stata evacuata all'interno di un raggio 8 volte più piccolo del dovuto. Perché questo? Non si poteva evacuare l'intero paese, certo, ma la causa principale è un'altra: disinformazione. Né gli amministratori della Tepco né tantomeno i rappresentanti del governo hanno fornito indicazioni chiare e precise di ciò che stava accadendo, un po' per reticenza, un po' per sobrietà, un po' per irresponsabilità cogliona. Come accadde nel caso delle autorità ucraine: stessa politica attendista, stessi risultati sulla popolazione.

Le soluzioni adottate. Il copione è lo stesso anche per quanto riguarda le modalità con cui è stata affrontata l'emergenza. Sia a Chernobyl che a Fukushima i primi giorni sono stati i più frenetici, con tentativi di raffreddamento tanto improvvisati quanto pericolosi (elicotteri, autopompe, ecc...). In entrambi i casi poi, uno sparuto gruppetto di eroi, che senza dubbio avrebbe fatto volentieri a meno di esserlo, si è immolato per il bene della comunità, andando incontro a un'esposizione prolungata/elevata e spesso letale di particelle radioattive. E, come per Chernobyl, anche per Fukushima l'unica soluzione a lungo termine pare sia quella di sigillare il reattore (o i reattori, si vedrà) con un sarcofago di cemento armato. Che forse, nel 2035, risulterà altrettanto crepato e pericolante.

La contaminazione nucleare. Il capitolo più tragico è quello degli effetti che un incidente simile ha avuto – nel caso di Chernobyl – e avrà – nel caso di Fukushima – sulla popolazione. L'esposizione a particelle radioattive come iodio-131, cesio-137 e stronzio-90, ha conseguenze devastanti sugli organismi viventi, siano essi piante, animali o uomini. Meglio delle parole, valgono le immagini del fotoreporter statunitense Paul Fusco, che ha documentato con spietata lucidità lo scotto del post-Chernobyl sulla popolazione, in particolare sui bambini. La visione delle foto a questo link è consigliata solo a stomaci forti.

Il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza, a proposito di similitudini tra i due incidenti, usa parole amare: ci sono moltissime similitudini che ci fanno capire quanto sia tecnicamente e scientificamente insufficiente, ancora oggi, la capacità d'intervento in caso d'incidente nucleare. La situazione attuale di Cernobyl e gli eventi che sono succeduti in quei territori fino ad ora ci fanno guardare all'incidente giapponese con timore e rassegnazione. La contaminazione, ad ogni modo, è un problema gravissimo anche nell'immediato: proprio in queste ore due squadre di esperti in radiazioni mandate da Greenpeace hanno presentato a Tokyo i risultati delle ricerche condotte sul campo. 4 microSievert per ora (µS/h) sono stati registrati in un parco giochi della città diFukushima e 2,8 (µS/h) in un santuario della città di Koriyama. La prossima mossa del governoannuncia Rianne Teule, uno degli esperti di Greenpeacedovrà essere quella di proteggere più di un milione di persone che vivono nella zona metropolitana di Fukushima e nell’area di Koriyama, dichiarando ufficialmente la zona sotto lo stato di protezione.

Da parte sua il governo giapponese ha annunciato di voler “sgomberare” entro un mese le città contaminate di Namie, Iitate e parte di Minamisoma, mentre il destino degli abitanti di altre zone a rischio rimane un mistero. Di certo i problemi non sono ancora finiti. Alle ore 17:16 (10:16 in Italia) di oggi, 11 aprile 2011, una nuova scossa di magnitudo 7,1 è stata registrata nell'arcipelago a nord-est del Giappone, a una profondità di circa 10 km. Nessun pericolo di tsunami, dicono le autorità, ma il sisma, per la seconda volta, ha fatto saltare l'erogazione di elettricità nei reattori di Fukushima. I tecnici, insomma, sarebbero di nuovo al punto di partenza, o quasi.

In tutto questo l'Italia ha un bel vantaggio: a differenza di molti altri paesi cosiddetti occidentali, noi abbiamo già detto no all'energia atomica nel 1987. Una scelta dettata forse dall'onda emotiva di Chernobyl, ma che a distanza di 25 anni, visto il ripetersi della storia, si è rivelata maledettamente giusta.

Roberto Zambon

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