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Piccoli roditori “immigrati” dal Sud America nel nostro Paese nel primo dopoguerra, le nutrie sono attualmente piuttosto diffuse nel nostro Paese e, purtroppo, “prese di mira” a causa di presunti problemi di natura igienico-sanitaria, ma anche per una convivenza a volte difficile con gli agricoltori, che lamentano danni alle colture dovute proprio alla loro presenza.

In alcune zone dell’Argentina è considerata una specie in via di estinzione, anche se pericoli evidenti in questo senso non ce ne sono a livello globale. L’International Union for Conservation of Nature (IUCN), comunque, la inserisce nella lista dei “Concern”, ovvero tra le specie sotto osservazione. Lo stesso IUCN, però, la definisce tra le 100 specie a rischio più invasive al mondo.

Per questo non può essere cacciata, ma è soggetta a piani di abbattimento per il contenimento del numero di esemplari. In alcuni casi è stato dichiarato addirittura uno stato di emergenza dovuto a presunti pericoli sanitari e di dissesto idrogeologico, in base al quale i cacciatori erano invitati all’eliminazione di tutte le nutrie trovate in ampi territori.

Ma perché questo “accanimento”, a volte avallato persino da associazioni ambientaliste? Tracciamo la storia delle nutrie, come sono arrivate nel nostro Paese e le motivazioni di questa difficile convivenza. Tra falsi problemi e cattiva gestione di una specie non autoctona, ci ritroviamo di fronte all’ennesimo caso di manovra umana che è poi sfuggita di mano e che ora pretende di essere “risolta” in modo del tutto discutibile.

Abbiamo ripercorso le tappe di questa immigrazione con Samuele Venturini, biologo, scrittore e guida naturalistica presso il Parco Faunistico La Torbiera (primo centro italiano di riproduzione e conservazione delle specie minacciate di estinzione), che ha promosso con successo un alternativo (e complementare) piano di contenimento delle nutrie.

Le nutrie: come sono arrivate in Italia e perché

“La nutria, nome scientifico Myocastor coypus, è il castorino, una specie di roditore con la fisiologia del castoro ma senza la coda piatta. É nativo del Sud America (es Patagonia), dove esistono villaggi che vivono di questa economia, allevando nutrie sia per mangiarne carne che per farne pelli. Nel 1928 vennero importati in Italia i primi esemplari, in particolare ad Alessandria, dove un allevamento di conigli venne convertito in allevamento di castorino”.

Con queste parole inizia la nostra intervista a Venturini, dalla quale emerge una storia di immigrazione “di comodo” e poi di un usa-e-getta veramente triste, di cui rischiano di farne le spese individui innocenti.

“Da lì iniziò anche nel nostro Paese la moda della pelliccia di castorino, di cui si sentiva parlare soprattutto negli anni ’60- ’70. Tra l’altro in Italia ci fu un primato di selezione genetica: il famoso “bianco italiano”. Questa moda ebbe realmente un ruolo primario nel sollevare la nostra economia dopo la guerra”.

“Era comunque anche normale tenere in casa una nutria come animale domestico, come attualmente si fa nei villaggi del Sud America che ancora vivono di questa economia. Ed è quindi ormai quasi un secolo che questi animali sono qui”.

Un’importazione, o forse dovremmo dire deportazione, causa pellicce dunque.

Una moda che però, come tutte le mode, non è eterna. “Purtroppo molti allevamenti erano a conduzione familiare, e molti non si iscrissero all’anagrafe del commercio. E, come spesso accade, la moda va per un certo tempo, poi cambia. Quindi anche questo business, di fatto, finì”.

“La nutria ha bisogno di acqua per sopravvivere, quindi questi allevamenti erano cresciuti vicino a corsi d’acqua e, come sappiamo, il Nord Italia ne è pieno. Quindi, una volta calata la moda e quindi gli introiti, fughe accidentali di nutrie si unirono a rilasci intenzionali, perché gli stessi imprenditori volevano evitare costi di abbattimento e smaltimento delle carcasse, tra l’altro non iscritte all’anagrafe. Il clou ci fu alla fine degli anni ’80 e i castorini “invasero” tutte le nostre regioni”.

Dopo questa “invasione” tutta completamente dovuta a noi, attualmente la diffusione delle nutrie è principalmente localizzata in due macroaree, come ci spiega Venturini: Nord Italia e Centro Italia, quindi Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, e poi Lazio, Toscana, un po’ di Campania e le Marche. Esistono poi due nuclei molto più piccoli in Sicilia e in Sardegna.

nutrie distribuzione

Foto: Samuele Venturini

Le nutrie: adattamento e riproduzione

“[… le nutrie] hanno una capacità riproduttiva molto elevata senza avere antagonisti”, scrive l’ordinanza che grida all’emergenza nutrie. Ma è vero? In effetti non sembra proprio così, anche se è assodato che questa specie si è adattata molto bene nel nostro Paese.

Innanzitutto la nutria ha dei predatori anche qui: sono pochi i serpenti “italiani” che prendano le nutrie, ma ci sono volpi, lupi, rapaci (es. gufi), cani e gatti randagi, aironi e cicogne. “Naturalmente – precisa Venturini - tranne lupi e volpi, gli altri predatori tendono a fare pressioni soprattutto sui cuccioli, perché non abbiamo giaguari, anaconde né caimani”.

È però vero che la nutria è un animale molto “plastico”, cioè si adatta tantissimo all’ambiente in cui si trova, ma manifesta strategia riproduttiva di tipo RK: le nutrie partoriscono cioè un numero di figli non particolarmente cospicuo (4-6 cuccioli per parto), con una gravidanza piuttosto lunga per un roditore (4 mesi), quindi due parti all’anno.

nutrie cuccioli

Non solo: c’è anche un’alta mortalità infantile, e la sterilità della femmina di nutria inizia intorno ai tre anni (visto che l’età media di sopravvivenza in natura si aggira intorno ai 4 anni). I picchi riproduttivi sono a novembre e maggio, ma a novembre fa già freddo, con alta mortalità dei cuccioli. Proprio sulla riproduzione iniziano dunque le prime “discrepanze”: le motivazioni di alcuni piani di abbattimento appaiono quanto meno poco sostenibili.

“Come tutti gli animali selvatici, la nutria vive a contatto con l’ambiente: in base alle condizioni in cui vive si genera delle risposte ormonali – continua a questo proposito il biologo - Per esempio, se le risorse alimentari e quelle spaziali (le tane) sono critiche, la nutria è in grado di assorbire i propri feti, e quindi di abortire.

“Ma vale anche la cosa opposta: in caso di disturbo, di stress ambientale (per es. un’eccessiva predazione, inclusa caccia e abbattimento), si liberano nicchie ecologiche, quindi c’è più cibo e più spazio. La nutria quindi tende e colonizzare nuove zone, e a partorire più cuccioli per parto (invece di 4, magari 6 o 7 per volta)".

“La nutria, nei nostri territori, si è adattata bene, anche perché è andata a coprire le nicchie della lontra. Tra l’altro “nutria”, in spagnolo vuol dire proprio “lontra”, perché quando i coloni spagnoli arrivarono in Sud America e videro questi animali li confusero con le lontre”.

Quindi se tendiamo ad ucciderle, la risposta della specie, di fatto, è riprodursi più velocemente. Non è dunque la specie di per sé ad essere “incontrollabile” ma forse le nostre misure, oltre che decisamente poco etiche, anche inutili? Da un’analisi effettuata dalla Regione Lombardia, infatti – ci conferma Venturini - è emerso che all’aumentare dei piani di abbattimento aumenta il numero di nutrie, quindi il metodo non è efficace.

Ormai questo roditore è una specie naturalizzata italiana, quindi è in grado di creare nuclei autonomi che si autosostengono. Pertanto la situazione è di convivenza, che finora non ha avuto alcun impatto con le comunità di oche, e altre specie acquatiche. Anche perché le nutrie sono prettamente erbivore (a volte possono mangiare molluschi, o magari rifiuti come croccantini per gatti).

“Le nutrie venivano usate per bonificare corsi d’acqua, perché si cibano anche di alghe. Infatti dove ci sono loro l’acqua è più pulita e i pesci stanno meglio perché c’è maggiore ossigenazione. Dove invece ci sono molte alghe (quindi non ci sono le nutrie) si possono creare ambienti dove i pesci soffocano”.

Il perché di un accanimento

“La nutria vive in paludi e in caso di vegetazione secca tende a fare delle piccole zattere galleggianti dove rifugiarsi. In caso invece di mancanza di vegetazione, come purtroppo accade nei nostri campi agricoli, tende a scavare negli argini, esattamente come faceva la lontra. Solo che la lontra mangiava i pesci, dando fastidio a molti pescatori, mentre la nutria mangia tutto ciò che trova di vegetale”.

E qui si creano i presupposti per gli impatti, prevalentemente sull’agricoltura. Sì perché in Sud America, dove la specie è autoctona, nota ed evoluta insieme al resto dell’ecosistema, gli agricoltori coltivano lasciando un certo margine di incolto dall’argine al terreno arato, dai 5 ai 10 metri, ovvero la lunghezza che la nutria percorre dal canale sul terreno per andare a pascolare. Si tenga conto che l'animale predilige la vegetazione spontanea, perché in questa ci sono generalmente più essenze, quindi in questo modo i campi coltivati sono abbastanza protetti. E non c’è nemmeno il problema delle tane.

Ma qui la nutria esce dall’acqua e trova campi coltivati, mangiando barbabietole, piante di riso, di mais, arrecando così danni agli agricoltori, i quali rispondono o con il fai-da-te o, nel migliore dei casi, facendo pressioni sulle amministrazioni perché approvino piani di abbattimento a tappeto, che, comunque, come abbiamo visto, non funzionano molto.

Prima di tutto perché la nutria si autoregola, andando ad occupare nicchie ecologiche libere, ma anche perché, ci spiega Venturini, le amministrazioni non sono coordinate. “Se il comune A applica il piano di abbattimento e il B no o in modo approssimativo, le nutrie vanno nel comune A perché trovano le nicchie libere. Il Nord Italia è veramente pienissimo di corsi d’acqua e le nutrie comunicano, avvisando le compagne della presenza di trappole”.

Ma quali i danni effettivi? “Sono stati fatti degli studi dall’ISPRA e altri enti competenti, e si è dimostrato che a livello nazionale la nutria ha inciso per il 5% in 5 anni, mentre nello stesso arco di tempo i cinghiali hanno arrecato danni per il 40%, mentre per il 15% lepri e fagiani. Eppure vengono spese cifre anche abbastanza cospicue per i piani di abbattimento delle nutrie.

nutrie danni

Foto: Conferenza delle regioni e delle province autonome 

Il tutto, evidentemente, non torna e sembra fuori dalla logica. Ma, secondo quanto riferito da Venturini, almeno fino a poco tempo fa erano disponibili degli indennizzi per gli agricoltori danneggiati dalle nutrie che potevano goderne anche senza dimostrare che i danni erano stati provocati dalle nutrie. Questo accadeva prima dell’istituzione della Città metropolitana. Alcune province, inoltre, davano incentivi ai cacciatori di questi roditori, a fronte della coda tagliata come prova dell’abbattimento.

Inoltre i cinghiali, molto più dannosi per l’agricoltura, sono essi stessi selvaggina con un business molto più regolamentato. Per esempio si può cacciare, mentre la nutria è sotto piani di abbattimento, perché è tra le 100 specie a rischio più invasive al mondo secondo lo IUCN. “Comunque la nutria non è eradicabile nel nostro Paese, dove si può parlare solo di contenimento”.

In tutto ciò, ironia della sorte (o di meccanismi umani discutibili), vengono invece cacciate le volpi che sono dei predatori naturali.

La nutria: un presunto pericolo sanitario

Altra argomentazione molto “battuta” nelle ordinanze di abbattimento è il presunto pericolo che le nutrie diffondano la leptospirosi. E a sostegno di tale motivazione è citato spesso uno studio condotto dall’Istituto Zooprofilattico di Brescia, che avrebbe dimostrato come i castorini siano portatori di leptospire e quindi un potenziale pericolo igienico-sanitario. Ma è veramente così?

Per rispondere a questa domanda abbiamo contattato direttamente l’Istituto, che ha dichiarato: “Confermiamo di aver trovato alcune nutrie sieropositive, il che indica che questi animali sono entrati in contatto con le leptospire, che possono albergarle ed eliminarle tramite le urine. Non abbiamo indicazioni particolari che siano portatori primari di leptospirosi e che quindi possano diffondere la malattia. Non abbiamo la dimostrazione che esista un rapporto causa-effetto, ma che siano potenziali diffusori del patogeno sì. Studi particolari sulla dinamica dell’infezione e su cosa la leptospira causi alla nutria non ci sono”.

In altre parole, come conferma anche Venturini, per contrarre la leptospirosi da una nutria, bisognerebbe essere molto sfortunati. “[…] si dovrebbe prendere una nutria, mangiare carni poco cotte dove presente uno dei pochissimi ceppi ad alta carica batterica ed essere immunodepresso. Oppure bisognerebbe bagnare una ferita con urina di nutria a sua volta venuta a contatto con la leptospirosi di un ratto”.

In effetti il piano di contenimento della nutria di Torino 2017-2021, pur citando la questione leptospirosi, specifica che il “Myocastor coypus è potenziale portatore di Leptospira spp., così come altri roditori selvatici e specie di fauna domestica, sebbene generalmente si tratti di portatore secondario, occasionale e di scarsa rilevanza epidemiologica.

Quindi leptospirosi come “spauracchio”? “La questione della leptospirosi è chiaramente stata usata come scusa per giustificare alcuni piani di abbattimento - sostiene Venturini - Infatti in tutte le ordinanze di questo tipo si parla di leptospirosi ma non sono mai stati fatti censimenti né analisi cliniche per verificare un’eventuale emergenza sanitaria. Non a caso diverse ordinanze sono state impugnate da alcune associazioni con successo”.

Controllo della fertilità e metodi di gestione più ecologici e rispettosi

nutrie abbattimento

Foto: Samuele Venturini

A questo punto ci domandiamo se è proprio necessario abbattere le nutrie. “La nutria è un non-problema – tuona Venturini - e comunque no, non è necessario, come non lo è per tutti gli altri animali (tra l’altro nel caso delle nutria non è servito). Bisogna cambiare paradigma. Si possono per es. fare degli interventi di ingegneria naturalistica e ingegneria ambientale.

Nel primo caso rientrano sistemi per evitare danni, come le reti anti-nutria (quando ci sono le nutrie frequentano il sito ma non si fermano a mangiare), o rinforzo degli argini per evitare che gli animali scavino. Nel secondo rientrano invece tutti quegli interventi per migliorare l’ambiente, per esempio la piantumazione degli argini.

“Le radici delle piante favoriscono infatti la tenuta strutturale dell’argine; inoltre le nutrie non scavano dove ci sono radici. Si possono poi fare argini con inclinazioni a 45°, non molto “appetibili” alla nutria e di per sé più solidi (quelli a 90° su terreno argilloso possono franare naturalmente al passaggio di un trattore)”

In altri Paesi si sta invece agendo sul controllo della fertilità. Ed è proprio questa l’esperienza di cui Venturini ha fatto tesoro per sviluppare un metodo molto meno invasivo, più ecologico e rispettoso, nonché più efficace, di controllo del numero delle nutrie.

“Abbiamo individuato delle colonie dove prima si faceva abbattimento – ci racconta il biologo - e catturato degli esemplari con delle gabbie trappola, che poi sono stati sterilizzati chirurgicamente da un veterinario”.

La sterilizzazione è un’operazione fattibile per tutte le cliniche veterinarie che si occupano di animali esotici - ci spiega - dura circa mezzora e può eventualmente essere fatta anche in laparoscopia. Il maschio può essere dimesso dopo un giorno di degenza, mentre la femmina dopo 3 giorni circa. Sono animali selvatici, quindi le loro ferite si rimarginano molto velocemente.

“Inoltre l’istinto territoriale resta, quindi continuano a difendere le loro zone impedendo l’immigrazione di altri individui. Per questo motivo la popolazione scende”.

“La sterilizzazione è uno dei metodi, non è il definitivo e può essere usato anche integrandolo con altri, anche perché questa può essere fatta in ambiti urbani (oasi, parchi, laghi), dove si può ottimizzare il contesto. La creazione di “buchi” nella diffusione a tappeto delle nutrie può essere uno strumento di gestione a lungo termine”.

“L’esperimento (avvenuto nel comune di Buccinasco, N.d.R.) è andato bene ed è piaciuto ad altre amministrazioni che hanno fatto lo stesso, soprattutto per iniziativa privata perché la burocrazia è lenta. Siamo comunque arrivati ad una legge regionale che prevede la sterilizzazione nei piani di contenimento della nutria.

È incredibile, anche se succede purtroppo molto spesso, come l’uomo si intrometta negli ecosistemi a tal punto da creare problemi (ammesso che siano reali) a se stesso, e come poi dia colpa alla natura. La nutria non è nata qui, forse non ci sarebbe mai venuta se a qualcuno non fosse piaciuta la sua pelliccia. E ora essere innocenti devono subire stragi sempre per opera nostra.

Ma quando la smetteremo di comportarci come se fossimo i padroni del Pianeta?

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Roberta De Carolis

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