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Soldati schierati, armi chimiche dal cielo, centinaia di mezzi navali, ma soprattutto vittime, un numero incalcolabile, come in tutte le guerre. Nel Golfo del Messico si combatte senza sosta: da una parte la marea nera, il “mostro invisibile”, come lo ha definito qualcuno a New Orleans, dall'altra i militari dell'esercito statunitense, le organizzazioni ambientaliste, i cittadini volontari e i dipendenti della società responsabile, la British Petroleum.
Circa un mese dopo l'esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon la situazione è ancora tragica. L'oil spill, che in un primo momento sembrava quantificabile in 5.000 barili di petrolio al giorno, si è dimostrato, grazie a un video effettuato da un robot-sottomarino, di cinque, forse dieci volte la cifra ipotizzata.

Da quando greenMe.it ha provato a tracciare un primo punto della situazione le hanno provato tutte, e ormai i tentativi, più che susseguirsi, si sommano. Nelle ultime settimane le “macchie nere” sono state bruciate (soluzione provvisoria e controproducente, visto che la combustione del petrolio sprigiona una quantità notevole di gas tossici), aggredite da agenti chimici (sciolgono fino al 50% del greggio ma provocano a loro volta danni incalcolabili), trascinate da cordoni galleggianti (“pettinano” il petrolio in superficie ma non hanno alcun effetto su quello inabissato). Ma il problema rimane: come chiudere le falle? Delle tre, una è stata chiusa con successo il 7 maggio da un robot-sottomarino, mentre le altre due (rispettivamente il 15 e l'85 % del flusso in uscita) continuano a perdere greggio.

La settimana scorsa tecnici e ingegneri avevano ipotizzato una cupola di cemento da calare come un tappo, ma la pressione troppo forte e la corrente del mare hanno vanificato ogni tentativo. Le speranze sono ora riposte nel sistema cosiddetto “siringone”. Si tratta di un tubo flessibile che, inserito nel braccio del pozzo, dovrebbe aspirare una parte del petrolio. I primi risultati erano stati deludenti, e il siringone si era staccato un paio di volte. Ieri, finalmente, la fortuna sembra aver deciso di cambiare rotta, e una nave-cisterna ha incamerato i primi quantitativi modesti di greggio. I dirigenti Bp assicurano che entro le prossime ore proveranno ad aumentare la potenza di aspirazone, ma allo stesso tempo rimangono prudenti di fronte al rischio di un nuovo “distacco”.

Il viceresponsabile della multinazionale britannica Kent Wells, inoltre, annuncia che il dramma sta per finire. È stato infatti riportato in superficie il dispositivo per il controllo della Blowout preventer (Bop), ovvero la valvola principale, con il quale sarà possibile – forse – bloccare le perdite. L'intenzione è quella di riprogrammarlo elettronicamente, ma alcune fonti sostengono sia ormai inutilizzabile. Nei prossimi giorni, comunque, la tattica della Bp prevede iniezioni di fanghi pesanti – c'è chi parla di copertoni e/o rifiuti – nelle cosiddette choke and kill lines del pozzo, le tubature che portano il liquido dall'alto al basso e viceversa. In questo modo sarebbe possibile “soffocare” piano piano l'oil spill, per poi sigillarlo completamente con il cemento armato; questione di 10 giorni, sostiene Kent Wells.

E c'è chi ipotizza addirittura l'uso della bomba atomica: un articolo apparso sul quotidiano russo Komsomolskaya Pravda sostiene che la Russia abbia utilizzato questo metodo per ben 5 volte e che solo una di queste abbia dato esito negativo. Peccato che si trattasse in tutti i casi di esposioni nucleari su terraferma, e che nessuno abbia mai testato un metodo simile negli abissi marini.

Suggerimenti estremi a parte, qualsiasi soluzione sarà tardiva. I danni all'ecosistema sono già ora incalcolabili e inziano a farsi sentire: una ventina di tartarughe marine della specie Kemp's Ridley, considerate a rischio estinzione, sono state trovate morte una decina di giorni fa sulle spiagge del delta del Mississippi. E anche la situazione sott'acqua si prospetta disastrosa: il New York Times rivela la presenza di colossali ammassi di greggio depositati sul fondo, tra cui uno largo 15 chilometri e lungo 5, che in alcuni punti arriva a misurare 100 metri di altezza. Per chi non lo sapesse il petrolio è una sostanza micidiale per ogni essere vivente: dagli uccelli, il cui piumaggio viene compromesso con conseguenze spesso letali, ai pesci, che muoiono se inghiottono il carburante, ai mammiferi in generale, che rischiano la cecità e l'integrità della propria epidermide. Inutile dire che l'uomo, unico responsabile, sarà il solo mammifero a non fare il bagno nel petrolio.

Sono tuttavia previste, purtroppo, conseguenze altrettanto devastanti per gli abitanti della zona: nel breve e medio periodo effetti sulla popolazione locale in termini di esacerbazione di malattie respiratorie e patologie della pelle (folicolliti cutanee) e, nel lungo periodo, gravi effetti in termini di aumento statistico dell'incidenza di tumori. Gli effetti nel lungo periodo comprendono anche aumenti statistici degli aborti spontanei, neonati di basso peso o pretermine. I pescatori della Luoisiana, alcuni dei quali impegnati nella pulizia del mare, rischiano di perdere il lavoro per sempre; compromesso anche il settore turistico, le cui perdite saranno accertate solo in futuro; a picco le azioni delle quattro società coinvolte: Bp, Transocean, Anadarko, Cameron Intl; costi elevatissimi e ancora da definire per le operazioni di bonifica.

Oltre ad aspettare gli esiti del processo, iniziato il 10 maggio, ciascuno di noi può aiutare in vari modi: sul sito doi.gov è possibile trovare altre risorse utili. Inoltre, ecco la lista di siti internet a cui ci si può rivolgere per intervenire concretamente:

Vi terremo comunque aggiornati.

Roberto Zambon

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