I selfie con il cadavere di Maradona sono la prova che l’umanità ha completamente fallito

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L’avvocato ha annunciato di agire immediatamente per vie legali, ma oramai il danno è fatto. Se opinioni di ogni sorta sono uscite fuori attorno alla figura di Diego Armando Maradona, ora un nuovo episodio viene a sugellare quanto più di marcio si poteva architettare attorno alla sua morte: un selfie accanto alla salma. Che abbiate apprezzato o meno il calciatore, è questo un gesto sopra un essere umano deprecabile in ogni sua dinamica e sfaccettatura.

Tutto è accaduto lì, a Buenos Aires, dove dal momento della notizia della morte del Pibe de Oro è stato un susseguirsi di stati d’animo e di umori, di gente per la strada a cantar inni da stadio e di tafferugli di rivoltosi indiavoliti. Un po’ come a Napoli (dove però non ci sono stati scontri in piazza), ma elevato al quadrato, in un marasma di idee annebbiate dalla perdita di chi dell’Argentina ha effettivamente scritto una pagina di storia.

Già, perché a molti non bastava correre a commemorare – mesti – il loro idolo: all’apertura della camera ardente è dovuta intervenire la polizia con tanto di lacrimogeni per disperdere la folla che si stava accalcando. E nel corso della giornata di ieri si sono registrati nuovi scontri, tanto che il feretro è stato spostato per motivi di sicurezza.

Il panico, insomma. Ma in molti pensano che a Maradona tutto ciò era dovuto. Un calciatore. E dietro e dentro di lui il mito. Leggetela come vi pare questa parola: mito ha il sapore buono e allettante, e catastrofico e pericoloso, di chi – volenti o nolenti – ha dettato il calcio degli anni ‘80/’90.

Mito ha il senso di chi una palla di calcio ce l’ha ai piedi sin da bambino, quando con gli amichetti giocava in mezzo alla strada. Mito ha il senso di quella palla che ancora prima era costruita con un ammasso di fogli di giornale, tutti appallottolati insieme a formare una sfera, quando i nostri genitori saltavano la scuola per segnare ancora un gol in mezzo a quel cortile. Mito detta il senso di uno sport nazionale che, vi piaccia o meno, a Napoli come in Argentina sveglia i vicoli bui mai baciati dal sole e allarga orizzonti e brucia animi. Qui, vi piaccia o no, il calcio è subbuglio di coscienze che hanno bisogno di questo.

Il selfie ignobile e perché abbiamo fallito

Partirò dalla risposta cruda e semplice: perché siamo concentrati sul compiacimento del nostro ego. Perché compiangere la morte di qualcuno suona bene, ma farsi vedere con quello che si pensa un trofeo imbottisce ancora di più il proprio bagaglio di soddisfazioni estremamente personali. Estremamente personali, come quelle ragioni che spingono a cercare un clic a tutti i costi, sennò questo momento me lo perdo e io che faccio vedere ai miei amici?

Ma non sono solo i tuoi amici, ma sono anche amici dei tuoi amici e amici di amici e ci metti un attimo a fare la figura dell’imbecille. Anzi non imbecille, di più: sei il quadro perfetto di quanto il genere umano ci metta un nanosecondo a smontare l’impalcatura di secoli di civilizzazione.

Al pari esattamente di cui si spara selfie con animali trascinati a forza fuori dall’acqua, mentre gli argentini salutavano Diego Maradona in una massiccia scia alla Casa Rosada di Buenos Aires, tre dipendenti delle pompe funebri Pinier hanno pensato bene di scoperchiare la bara per scattare diversi selfie con la salma del Pibe, per poi pubblicarli sui social network. Che geni e che ribrezzo…

Di almeno uno dei responsabili si conosce già l’identità, tanto che l’agenzia di pompe funebri lo avrebbe già licenziato. Stessa sorte spetterà a breve anche agli altri due dipendenti. Ma il gesto dei tre, molto probabilmente, avrà anche conseguenze legali. L’avvocato di Maradona, Matias Morla, ha infatti detto sui social senza mezze misure: “Sono colpevoli di un atto oltraggioso e aberrante, la pagheranno cara“:

Nel web il selfie in questione si trova. Noi ci rifiutiamo di pubblicarlo.

Fonte: Lavanguardia

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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