Giornata contro la violenza sulle donne: dialogo con mio figlio Matteo, adulto di domani

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“Abbiamo bisogno di un oggettino rosso da portare a scuola…” – mi fa Matteo di colpo ieri sera, mentre leggeva fiero di sé la frase che la prof gli aveva chiesto di inventare. “La violenza sulle donne non è il bianco, ma è il nero” e altri virgolettati così, metafore e parole semplici messe in fila una dopo l’altra a formare il suo concetto di “violenza sulle donne”.

12 anni, ho un ometto da forgiare. Occhi scuri e mani piccole che elaborano pensierini grandi, immensi. Abbiamo del lavoro da fare, mi dico tra me e me, su quel bambino che si sta facendo ragazzo, e poi uomo. E su suo fratello, ancora troppo piccolo per comprendere le parole dure di una brutalità spietata.

… perché il 25 è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, continua Matteo, sciorinando la definizione completa, come a dire che sì, ne abbiamo parlato in classe, ma ho fame di sapere.

Cosa vuoi sapere, figlio mio? Ti sia chiaro innanzitutto un concetto: la violenza non è soltanto quella fisica, occhi neri, spintoni, lividi sul corpo, stupro. Violenza significa qualsiasi atto di sopruso di genere possa provocare un danno psicologico e sofferenze. Sulle donne soprattutto, non c’è verso che sia il contrario.

Violenza può essere una coercizione e la privazione arbitraria della libertà e può manifestarsi in forme che tu nemmeno immagini: controlli, isolamento, privazioni, gelosia patologica, molestie, critiche costanti e mortificanti, umiliazioni, intimidazioni, indifferenza alle richieste emotive, minacce.

Come se nonno non facesse uscire la nonna di casa, ti immagini?

Sorride.

E poi c’è dell’altro: se papà mi vietasse di avere un lavoro, per esempio, e uno stipendio, anche quello sarebbe violenza. È una violenza “economica”, che si può trasformare anche in esclusione dalle finanze familiari e dalla gestione di quello che abbiamo conservato o dalla costrizione a firmare dei documenti particolari.

Perché succede tutto ciò, mamma?

Io non lo so, Matteo. Per troppo tempo si è data la colpa al patriarcato, a quelle forme di “superiorità” del genere maschile sulla donna, a quel sistema sociale in cui gli uomini detengono principalmente il potere e predominano. Che in molti parti del mondo ancora esiste, eh, e che qui da noi – in quello che tu chiami la fetta bella del globo – si traduce in atti subdoli, in parole latenti e affilate come coltelli, si traduce nella becera convinzione che l’uomo può e la donna no, non se lo merita. E giù botte.

Non capita sempre, eh Matti, non capita in tutte le famiglie. Ma capita. E non è normale. Capita perché magari c’è un vuoto culturale che bisogna colmare, perché le richieste di aiuto delle donne non vengono ascoltate o perché le donne stesse hanno paura, si vergognano di essere giudicate.

Giudicate?

Sì. Quant’è complessa la mente umana, Matteo! Il giudizio delle persone ha un peso insostenibile, a volte, e per alcune donne è davvero complicato uscire dal baratro in cui sono cadute. Molte non ce la fanno, sprofondano, anche perché totalmente dipendenti – economicamente e psicologicamente – dall’uomo che fa loro del male.

Allora, ma’, violenza non significa solo ammazzare?

Quello è il peggior epilogo possibile, Matteo. È il femminicidio nudo e crudo, che spesso arriva dopo anni di soprusi e abusi. E la cosa più avvilente è che quando capita se ne fa un gran parlare, ai tg, sui giornali… Poi zac, si spengono i riflettori e avanti la prossima.

Ora ve lo dico io il punto: secondo l’ultimo report su “Omicidi volontari” curato dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale della polizia criminale, dal primo gennaio al 7 novembre di quest’anno in Italia sono stati registrati 247 omicidi, con 103 vittime donne (una ogni tre giorni), di cui 87 uccise in ambito familiare/affettivo. Di queste, 60 sono morte per mano per mano del partner o dell’ex partner.

Matteo ancora non lo sa. Anzi, ora che torna da scuola glielo faccio leggere.

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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