referendum_acqua_SI

Mi è stato chiesto di scrivere un articolo sul referendum, allo scopo di fare luce sulle ragioni dei due sì ai quesiti sull'acqua. Ammetto che pensavo fosse un compito facile: i comitati promotori – tipo quello con il logo azzurro e la scritta “2 sì per l'acqua bene comune” – mi sono sembrati fin dall'inizio molto determinati, ben organizzati e soprattutto neutrali. Le loro iniziative mi hanno coinvolto ormai da tempo (giro sempre con una spilla attaccata allo zaino, tanto per dirne una) e quando vedo uno stand VOTA Sì da qualche parte mi sento subito meglio, come fosse la testimonianza che al mondo c'è ancora gente a cui importa qualcosa. Inoltre, le mie conoscenze in materie si erano fermate alla puntata di Report del 15 ottobre 2006, nella quale lo staff della Gabannelli mostrava le conseguenze della privatizzazione del sistema idrico italiano – sì, la cosa è già cominciata – e mondiale. Quella puntata, non so perché, me la ricordo ancora: tutte le motivazioni che ora mettono in campo i VOTA NO venivano demolite una a una.

A Latina, amministrata dall'azienda Acqualatina, per esempio, gli aumenti sulla bolletta ci sono stati eccome (1200%) tanto che alcuni cittadini sono stati dichiarati morosi perché hanno deciso di non pagare più. Il servizio idrico, inoltre, non è affatto migliorato, né si è fatta cassa per sistemare il disastrato bilancio. Acqualatina è stata insomma imposta ai cittadini da un comune che al tempo non sapeva più come venirne fuori, e l'azienda – che detiene il 49% del capitale (il resto è ancora pubblico) – ha fatto i suoi comodi. Infine c'è il fattore B, ovvero chi è all'origine del problema. I due quesiti fanno riferimento uno a un decreto legge del giugno 2008 (Governo Berlusconi attuale) e l'altro a un decreto legislativo dell'aprile 2006 (fine Governo Berlusconi III). Entrambi, quindi, sono figlie delle politiche berlusconiane. Che si voti destra o sinistra o centro, non è un mistero la sete di denaro e potere che caratterizza Berlusconi, noto per i suoi miliardi, le proprietà da favola, le imprese di cui dispone e non certo per il suo cd con Apicella.

Lo si chiami imprenditore o ladro, allora, il punto è che capitalizzare sembra uno degli scopi della sua vita, e questo – insieme alla sua espressione mentre stringe la mano a Tremonti dopo il voto di fiducia sul decreto Ronchi – dà un'idea di dove voglio arrivare. Ad ogni modo, Report non è certo la Bibbia, i comitati promotori potrebbero essere nient'altro che una banda di vecchi figli dei fiori annoiati, e Berlusconi magari ha fatto una legge senza che ci fosse dietro un suo interesse diretto o indiretto... e poi i motivi dei NO hanno il loro fascino: affidare la gestione a un privato vuol dire tentare di migliorare le cose, perché un privato ha tutti i mezzi e i vantaggi per fare bene. Dì no e metterai fine ad anni di clientelismo e speculazioni, dì no e porterai capitale fresco da investire nella rete idrica, dì no e farai in modo che qualcuno finalmente paghi quando sbaglia.

E non è ancora finita: persone che ritengo intelligenti – diciamo non stupide – come l'ex-sindaco di Torino Chiamparino o l'attuale sindaco di Firenze Renzi (tò!) scopro che voteranno per il NO, insieme (tò doppio!) ad associazioni ambientaliste come Amici della terra e Aduc. A questo punto penso di aver sottovalutato la questione. Avrei liquidato la faccenda con un sì, e invece mi ritrovo in un labirinto senza uscite. Per un attimo tento di orientarmi con il web: do un occhio alle statistiche, leggo le opinioni e i post degli internauti, trovo pagine che riportano i quesiti ufficiali scritti tali e quali a come li vedrò su carta dopodomani... insomma, approfondisco il tema. Eppure, più vado a fondo più sento il peso dell'acqua sopra di me, mentre la luce piano piano si affievolisce.

Alla fine esco di casa per una passeggiata. Qui coi calcoli non si arriva da nessuna parte, mi dico. Le ragioni del sì sono valide tanto quanto quelle del no, e poi ciascuno utilizza un argomento a discapito dell'altro, e poi... e poi è qui che la faccenda diventa improvvisamente chiara: l'errore sta a monte del fiume di dati e pareri che mi ha sommerso. L'errore, chiamiamoli così, è nel pensare che una posizione sia giusta e l'altra sbagliata. Entrambe le ragioni hanno luci e ombre, e le possibilità che il privato faccia meglio del pubblico o viceversa (v. la politica in materia di Nichi Vendola) sono grossomodo le stesse. Torno indietro e mi metto a scrivere, perché ora ho capito: quella che ho di fronte, al contrario di quanto predicato da tutti, è una stramaledettaquestione ideologica.

L'ideologia, che ora ci fa tanto schifo ma che ha padri illustri come Marx e Gramsci, sta quindi nel decidere cosa ritengo sia più giusto dal punto di vista delle mie idee, della mia posizione rispetto al mondo, del mio atteggiamento nei confronti della vita, di quel me intimo fatto di pensiero e non di carne. E qui non posso che decidere se stare un po' più dalla parte del pubblico o un po' più dalla parte del privato – non illudiamoci di avere un gran potere: la nostra scelta, gira e rigira, si riduce a questo. Ebbene, per quanto mi riguarda io tifo e tiferò sempre pubblico.

Uno perché il privato rappresenta in questo caso una sconfitta di tutti. Noi cittadini che non alziamo la voce, noi Stato che non sappiamo fare le cose a dovere. Due perché il privato significa sempre e solo potere. Di un'azienda che deve fare profitto, di una multinazionale che prenderà il suo posto se non ne farà abbastanza, di noi cittadini che pagheremo l'ennesima guerra capitalista. Tre perché il privato significa sì investimento, ma investimento in un settore che sta diventando particolarmente allettante, poiché le risorse idriche cominciano a scarseggiare, e non solo in Italia.

Dunque tutto deve cambiare perché tutto rimanga uguale, come si legge ne Il gattopardo? Niente affatto. Quel 65% di acqua che le amministrazioni di idioti e scaldapoltrone lasciano per strada ogni giorno mi ferisce. E sono commosso dal prezzo ancora ridicolo dell'acqua, i cui paventati aumenti non mi terrorizzano affatto. Voglio cambiarla, la situazione, voglio fare qualcosa, lungi da me il desiderio che i problemi rimangano irrisolti. Ma non sono un tecnico, non sono un politico, uno scienziato, un esperto di settore, non so insomma in che modo questi problemi andrebbero risolti. L'unica cosa che so, come persona prima che come cittadino, è che le cose non si risolveranno con un sì o con un no. Ed è per questo che devo andare a votare sì: tutto deve rimanere uguale perché tutto cambi. Quando finalmente succederà, il merito sarà nostro, non di un privato.

Roberto Zambon

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