referendum_perché

L'ultima barriera contro lo strapotere mediatico, finanziario e culturale di un Governo che è emanazione diretta del tycoon Silvio Berlusconi ha un nome antico: referendum. Il gerundio del verbo latino refero ha resistito a secoli di mutamenti linguistici e ancora oggi, nell'Italia dell'anno 2011, identifica lo strumento di democrazia diretta per eccellenza. È infatti quello stesso popolo sempre presente nei discorsi dell'entourage governativo ad averlo indetto, il referendum del 12/13 giugno 2011. Perché allora si sta tentando il tutto per tutto pur di impedire ai cittadini di esprimere la propria volontà? È davvero necessario un approfondimento legislativo, come dichiarato dal Ministro per lo Sviluppo Paolo Romani? O hanno ragione i comitati promotori a denunciare la volontà di ignorare uno dei diritti sanciti dalla Costituzione?

Per capirlo è bene avere in mente l'attuale situazione, soggetta a cambiamenti tanto improvvisi quanto grotteschi. Poche ore fa la Camera ha posto la fiducia sul cosiddetto “decreto Omnibus”, nome solenne e oscuro per indicare diversi provvedimenti che, presentati il 19 aprile scorso, hanno rimescolato alla bell'e meglio le carte in tavola. Non più quindi – articolo 5 – una “moratoria sul nucleare”, ma una più discutibile e indefinita “abrogazione di disposizioni relative alla realizzazione di nuovi impianti nucleari”. Per dirla con le parole dello stesso Berlusconi: se fossimo andati oggi a quel referendum, il nucleare in Italia non sarebbe stato possibile per molti anni a venire. Abbiamo introdotto questa moratoria responsabilmente, per far sì che dopo un anno o due si possa tornare a discuterne con un'opinione pubblica consapevole. Siamo convinti che il nucleare sia un destino ineluttabile.

Più che altro discutibile, se i cittadini potranno esprimere la propria volontà. Ma non è finita qui: dopo le imminenti modifiche neoapprovate dal Senato e in discussione alla Camera, ecco arrivare un'ulteriore picconata alla barriere del referendum: anche su questo tema di grande rilevanza – ha detto il Ministro per lo Sviluppo Paolo Romani in riferimento ai due quesiti sulla gestione dell'acqua pubblicaprobabilmente sarebbe meglio fare un approfondimento legislativo. Non da meno Roberto Bazzano, presidente di Federutility – associazione che riunisce le aziende di servizi pubblici locali che operano nei settori Energia Elettrica, Gas e Acqua: chiediamoci seriamente se non sia il caso di evitare un referendum che ha sempre più un taglio puramente ideologico. Viene da chiedersi dove sia il problema, visto che ideologico non è altro che l'aggettivo riferito all'insieme di principi e idee che stanno alla base di un movimento, in questo caso quello contro la privatizzazione dell'acqua pubblica. Detta comunque da chi è presidente di un'associazione che anche l'idiota di Dostoevskij riconoscerebbe avere un diretto secondo fine nella questione ridimensiona la cosa.

Più interessanti le contromisure ipotizzate da opposizione, associazioni ambientaliste e comitati cittadini, riunitisi in Piazza Montecitorio in un presidio che da ieri fino a questa sera sarà il centro di iniziative e flash mob (intervento di Fulco Pratesi, biciclettata, performance, letture, ecc...) Oltre alle questioni di cui vi avevamo già parlato – sperpero di denaro dovuto allo scorporamento del referendum dalle amministrative, pericoloso precedente a tutto vantaggio dei futuri governi e via dicendo – c'è infatti chi ha evidenziato le “uscite di sicurezza” previste dal nostro sistema legislativo. Una volta avviato il processo referendario – ha detto Valerio Calzolaio di Sinistra Ecologia e Libertà un’abrogazione delle norme (o attraverso le urne o grazie ad un intervento normativo preventivo) ha effetti giuridici che durano cinque anni. Tradotto: ok, il decreto omnibus potrà pure passare alla Camera e sì, ammettiamo anche la firma del Presidente della Repubblica e la successiva conferma da parte della Corte di Cassazione, ammettiamo insomma che il referendum salti in toto... ebbene, anche in quel caso, se ne potrà riparlare tra 5 anni.

Magra consolazione, certo, ma quando il gioco si fa scorretto bisogna provarle tutte. Anche perché c'è un altro elemento su cui puntare il dito, nel caso non fosse evidente già per conto suo: rendere superfluo il quesito sul nucleare e allo stesso tempo mettere in discussione l'utilità dei due quesiti sull'acqua ha un tornaconto non indifferente. I quesiti infatti sono quattro, e il quarto – vale la pena ricordarlo – in caso di vittoria, prevede esattamente questo: “l'abrogazione di norme della legge 7 aprile 2010, n. 51, in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte Costituzionale

Di quattro quesiti, in definitiva, si rischia di non andarne a votare neanche uno. Ecco spiegata una volontà, quella di ostacolare in tutti i modi il referendum, giustificabile solo con la pedina “interessi privati”. Ecco spiegato l'appello del comitato di Montecitorio affinché il mondo della cultura, dello spettacolo e della scienza si mobiliti una volta per tutte. Ecco spiegate le dichiarazioni apocalittiche di gran parte della sinistra (del tipo “qui si gioca il futuro di Berlusconi”). Ecco perché il 12 e 13 giugno tutti noi abbiamo il dovere di raggiungere con ogni mezzo possibile una sede autorizzata e barrare con una croce i quattro sì del referendum. Non prendete impegni.

Roberto Zambon

 

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