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Il 26 marzo scorso avete visto spegnersi la Tour Eiffel e il Colosseo, avete sentito gli accorati appelli di Francesco Totti e di Marco Mengoni e magari vi avrà lasciato senza fiato l’ immagine di una megalopoli che si spegne, lasciando tutti al buio. L’ora della Terra ha seminato immagini di un pianeta al buio, ricondotto a uno stadio di vita antico e dimenticato.

In soli 3 anni, l’iniziativa del WWF è diventata un evento contagioso che ha trovato consenso in 4616 città e 128 Paesi del mondo. Cifre che incuriosiscono l’intelletto e sollecitano interrogativi. Come è possibile che un’azione ambientalista muova così tante persone, quartieri, municipalità, regioni del mondo? La risposta la forniscono i loro stessi detrattori.

Tra di essi, George Marshall fondatore del Climate Outreach Information Network che reputa l’idea di spegnere per un’ ora la luceuna delle azioni più controproducenti che i movimenti ambientalisti abbiano mai potuto suggerire.

Perché questa invettiva contro un’azione che, al contrario, movimenta milioni di persone? L’ora della Terra si muove lungo le corde dell’eccesso e della trasgressione. Questo è ciò che contribuirebbe a renderla attrattiva e diseducativa al contempo.

Le criticità dell’iniziativa sono presto svelate: l’investimento richiesto da un’azione di questo genere è minimo rispetto a quello che servirebbe realmente. Un click su un bottone e sessanta minuti del proprio tempo.

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In secondo luogo, un’ora di interruzione di elettricità non manda in crisi un sistema di utenze elettriche, poiché esse continuano a generare normalmente energia e semplicemente ne conservano per quando la richiesta tornerà a essere elevata (un’ora dopo).

Infine, l’apparato simbolico che associamo al totale buio non aiuta a generare una corretta percezione di ciò che significa ridurre i nostri consumi.

Il classico cliché a cui molti contro-ambientalisti riconducono le loro argomentazioni si fonda proprio sull’espressione “ci vogliono far stare al buio e tremare di freddo”, facendo passare, non troppo tra le righe, il pacchetto di rinunce a cui le nuove esigenze di controllo energetico comportano.

Del resto, muoversi con le fiaccole, accendere CANDELE, scaldarsi attorno al fuoco (immagini che si ripetono ogni anno in occasione de L’Ora della Terra) rappresentano tutti gli stereotipi di una civiltà che ritorna all’epoca delle caverne. Il senso di regressione dell’umanità che questi elementi contribuiscono a generare si dirige in direzione opposta rispetto al verso dell’evoluzione umana a cui i movimenti ambientalisti cercano di ricondurre.

Nella sua prima analisi risalente al 2009, George Marshall aveva subito messo in evidenza i problemi psicologici legati a questo genere di iniziativa.

Se si esaminano i simbolismi con cui le persone leggono la realtà, ci accorgiamo di quale sia il danno. La luce è da sempre associata a espressioni positive e positiviste che rimandano a concetti come verità, intelligenza, speranza, sicurezza e salvezza. Al contrario, il buio porta con sé immagini legate al senso di pericolo, di decadenza e morte.”

E allora viene da chiedersi perché sollecitare un’azione tanto simbolica da essere controproducente?

A credito del WWF sta il fatto che quest’ anno l’iniziativa, raggiunto ormai un notevole eco mediatico, ha previsto una sorta di follow-on che prolunghi i potenziali effetti benefici sulle persone. Si intitola “beyond earth hour” e prevede che nel corso della giornata le persone promettano di realizzare azioni vere ed efficaci nella quotidianità anche dopo che la luce sarà stata di nuovo riaccesa.

Pamela Pelatelli

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