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Il Consiglio di Stato ha detto sì: è possibile portare le sporte da casa anche per il reparto ortofrutta. Il parere, pubblicato il 29 marzo, è arrivato su richiesta del Ministero della Salute, che però ancora tace, da quattro mesi. E di fatto le retine riutilizzabili, da molti consumatori chieste a gran voce, in realtà, non sono ancora permesse.

La vicenda dei sacchetti va ormai avanti almeno dal 1 gennaio, quando è diventata operativa la Legge n.123 del 3 agosto 2017, secondo cui i sacchi leggeri e ultraleggeri (quelli con spessore della singola parete inferiore a 15 micron), con o senza manici, usati nei reparti ortofrutta, ma anche macelleria o pescheria, devono essere biodegradabili e compostabili con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile di almeno il 40%, e distribuiti esclusivamente a pagamento.

Una misura antiplastica, sicuramente. Ma non gradita da molti consumatori, pur riconoscendo che usare sacchetti biodegradabili invece dell'"eterna plastica" è indubbiamente un passo avanti per la tutela dell'ambiente. Certo lo sarebbe molto di più incentivare il riuso, come la stessa Europa invita a fare. Ovvero: cambiare i materiali va bene, ma è meglio ridurli, evitando il più possibile l'usa e getta.

In alcuni Paesi europei si vedono infatti le retine riutilizzabili. Già dal 6 novembre 2017, ad esempio, la Coop Svizzera offre sacchetti per frutta e verdura, le cosiddette Multi-Bag, realizzate in cellulosa certificata FSC, riutilizzabili più volte. Ma Coop Italia, per esempio, non lo permette, perché la legge italiana, almeno fino a questo parere, non lo consentiva.

Il Consiglio di Stato ci dà via libera finalmente al riuso?

Per saperne di più, abbiamo intervistato Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente.

"Il Consiglio di Stato si è espresso e questo costituisce un "passetto" in avanti verso la questione incomprensibile che si è generata intorno ai sacchetti del reparto ortofrutta, incomprensibile per le polemiche inutili che ha scatenato. Un passo in avanti, ma non decisivo, perché esplicita che si possono portare dei sacchetti esterni al centro commerciale, afferma la necessità di ridurre il quantitativo di plastica, parla di altri materiali e di altri contenitori in grado di sostituire i sacchetti ultraleggeri, ma non di retine riutilizzabili".

Un parere "parziale", quindi. Cosa manca?

"Per fare il passo definitivo e risolvere finalmente questa partita, serve la circolare del Ministero della Salute, che dica espressamente alla grande distribuzione che l'uso delle retine per frutta e verdura oltre che possibile è auspicabile. Solo a quel punto partirà l'iter che abbiamo già visto sui sacchi per il trasporto merci, con l'uso delle sporte riutilizzabili, che ha permesso la riduzione del 55% dei sacchetti usa e getta dal 2012 al 2017. Solo con questa circolare potremo risolvere definitivamente questa questione".

Una circolare che stenta ad arrivare, anche perché sembra che lo stesso Ministero paventi rischi igienico-sanitari. Da qui l'obbligo ai sacchetti monouso. Magari portati da casa, acquistati altrove, come scrive ora il Consiglio di Stato, ma pur sempre "monouso nuovi acquistati al di fuori degli esercizi commerciali, conformi alla normativa sui materiali a contatto con gli alimenti". Il riuso, dunque, sembra ancora lontano.

"Necessario un bagno di realtà"

"Purtroppo però il Ministero della Salute continua a tacere - tuona Ciafani - Ok il parere del Consiglio di Stato, ma basta vedere quello che hanno fatto i Ministeri della Salute della Germania, della Svizzera, dell'Austria. Non c'è bisogno di andare in posti così strani (dove infatti, le retine sono normalmente usate, N.d.R.).

In altri Paesi, dunque, non si sono ravvisati rischi igienico-sanitari.

"La frutta ha un contenuto naturale di batteri inevitabile, alimentati anche dalle manipolazioni dei consumatori certo. Comunque i reparti ortofrutta dei supermercati non sono delle camere operatorie, non sono luoghi sterili. É necessario un "bagno di realtà", perché altrimenti si continua a normare su cose che non si conoscono [...]. Noi continuiamo a chiedere al Ministero della Salute di esprimersi. Il segretario generale ha ipotizzato problemi igienico-sanitari su qualcosa che non esiste", conclude Ciafani.

Cosa farà la grande distribuzione?

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Foto: gorosi / 123RF Archivio Fotografico

Parlando di bagno di realtà, viene ora da chiedersi cosa accadrà d'ora in avanti, davvero, nei supermercati della grande distribuzione. Sembrano diversi infatti i problemi tecnici che potrebbero sorgere.

Come sarà possibile effettuare i controlli sull'integrità dei sacchetti portati da fuori?

Come sarà possibile effettuare la taratura delle merci se i sacchetti sono potenzialmente molto diversi tra loro?

"La sentenza è di difficile attuazione nella gestione operativa dei punti di vendita, ma soprattutto per l’impossibilità di verificarne l’idoneità rispetto alle leggi vigenti" scrive la COOP in un comunicato inviato alla nostra redazione - paventando la possibilità - deduciamo noi - che di fatto non cambierà nulla per il consumatore. Anche l'azienda, comunque, auspica l'uscita della circolare del Ministero della Salute e si dichiara favorevole a sporte riutilizzabili.

Alla nostra richiesta di spiegazioni sulla questione taratura invece, sia COOP che CONAD hanno preferito non esprimersi, nell'attesa di una situazione normativa più definita.

Per approfondimenti sul problema degli imballaggi di frutta e verdura leggi anche:

Stop alla plastica e sì al riuso appaiono dunque oggi le soluzioni migliori per l'ambiente. Che stentano ad arrivare, pur essendo urgenti.

Basti pensare che un recente studio ha previsto più plastica che pesci nei mari nel 2050.

Roberta De Carolis

Foto di copertina: sherbakvolodymir / 123RF Archivio Fotografico

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