Fase 2, Crisanti: “Impossibili i test a tutti, ma vanno arginati e chiusi subito i nuovi focolai”

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Il coronavirus non è sconfitto, ma non possiamo pensare di restare in lockdown per sempre, anche e soprattuto per motivi economici. La pandemia è una tragedia, ma anche un’opportunità per rivedere il sistema. Come possiamo gestire questa complicata fase 2 e le successive non avendo ancora un vaccino nè una terapia per tutti? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Crisanti, Direttore del Dipartimento di Medicina Molecolare dell’Università di Padova e del Laboratorio di Virologia e Microbiologia dell’Università AO di Padova.

Siamo in piena fase 2, e dal 18 maggio questa potrebbe essere anche più “libera”, con qualche altra attività commerciale che potrà riaprire (anche se con precauzioni e misure anti-Covid-19). Ma abbiamo indubbiamente molte lacune.

Dalla conoscenza reale della diffusione del virus ad un’analisi dei rischi concreta per la convivenza con il virus ma la necessità di non bloccare l’economia, ecco cosa manca al nostro approccio.

“Io userei un approccio basato sulla valutazione del rischio. E questo purtroppo è mancato: siamo andati “a tentoni”, con un approccio ispirato alla prudenza (se non si conosce, si è prudenti)”.

Ed è indubbio: il lockdown imposto ha ridotto i contagi e abbassato quindi l’accesso alle terapie intensive, sull’orlo del collasso e in alcune zone con l’orlo sorpassato. Ma cosa sarebbe successo davvero senza – magari un disastro – in realtà non lo sappiamo. Perché non conosciamo la vera incidenza di questa malattia nel nostro Paese, afferma Crisanti.

“Io avrei cercato di far emergere tutto il sommerso di questa malattia – spiega il professore – computando nei casi tutti quelli che telefonavano ma non erano visitati, quelli dunque che non ricevevano una diagnosi ma accusavano sintomi della malattia. In questo modo avremmo avuto una fotografia molto più completa del numero dei casi”.

Terribili racconti narrano di persone morte mai nemmeno arrivate in ospedale e senza una diagnosi accertata (anche se ovvia dalla sintomatologia).

E ora stiamo riaprendo per gradi tutte le chiusure, allentando di fatto il distanziamento sociale. Avremo una seconda ondata?

“Il rischio della riattivazione dell’infezione è una funzione del numero dei casi e del numero dei contatti. Non ci sono altre variabili, quindi per diminuire la probabilità di infezione bisogna diminuire il numero dei casi”.

Ma è ormai evidente come la diffusione del virus sia tutt’altro che omogenea sul territorio nazionale, con regioni dove permane una situazione di simil-emergenza e altre dove i contagi sono oggettivamente un numero molto limitato.

“Questo meritava un approccio differenziale (ovvero non tutti dovrebbero avere le stesse “libertà”, N.d.R.). Comunque credo che nel prossimo decreto si procederà in questo modo”.

Anche noi dovremmo spingere sulle famigerate 3T ‘Testare, tracciare, trattare” dunque?

“Fare i test a 60 milioni di persone non è possibile, ma si deve preparare e costruire una capacità di reazione: alla ripresa di un focolaio in una città piccola o in un quartiere di una grande, bisogna rapidamente chiudere quella città o quel quartiere e fare il test a tutti. Non c’è altro modo”.

Ci auguriamo quindi che questo venga fatto al più presto.

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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