Ricoverata da 7 mesi, non riesce a guarire dal Covid-19: la sua ultima speranza è la stessa cura di Trump

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Una storia terribile ci arriva oggi dalla Campania: una donna, positiva al coronavirus e ricoverata da marzo, tuttora attende la cura che potrebbe salvarle la vita. Quella stessa cura che al Presidente Trump hanno somministrato subito. Piovono promesse ma non soluzioni e la situazione sta peggiorando, con angoscia dei familiari che non possono nemmeno più vederla. Una corsa contro il tempo che non sappiamo chi stia correndo davvero.

Oggi la Campania registra il più alto numero di casi di coronavirus ma questa triste storia parte da molto prima, quando la Regione, tutto sommato, era stata relativamente risparmiata dal disastro. Purtroppo però Maria Griffo, 51 anni, – che in principio voleva rimanere anonima –  contrae il virus probabilmente nell’ospedale di Pozzilli (IS), nel corso di una serie di accertamenti prescritti per problematiche differenti.

Rimandata a casa, inizia il suo calvario, fatto di saturazione polmonare che scende, telefonate e richieste di trasporto in ospedale che cadono nel nulla e, ovviamente, tanta angoscia dei familiari (oltre che la sua), che temono il peggio.

Maria aveva già combattuto due tumori ma a gennaio aveva finito le chemioterapie, che indubbiamente le avevano lasciato il sistema immunitario compromesso. Non è di questo comunque che parliamo, ma di una storia di ritardi e silenzi che purtroppo stanno minacciando la salute e la vita di una persona.

Il contagio e l’allergia al plasma

“Agli inizi di marzo, mia sorella è andata a fare degli accertamenti (nulla a che vedere con i polmoni) all’ospedale di Pozzilli, in provincia di Isernia, ma purtroppo lì in quel periodo c’è stato un focolaio di coronavirus – ci racconta la sorella di Maria – Lei dunque è tornata a casa ovviamente con il Covid”.

Classici i sintomi: avvertiva bocca amara, non sentiva più i sapori, ma soprattutto la saturazione dell’ossigeno è iniziata a scendere in modo preoccupante. Le misure, fatte in casa dalla figlia, non lasciavano spazio a dubbi: Maria peggiorava e aveva bisogno di un ricovero il più presto possibile. I tamponi, come atteso, erano tutti positivi.

Positiva e con problemi respiratori, doveva essere portata in ospedale con ambulanza, perché la saturazione si abbassava continuamente. Ma nessuno rispondeva, e già qui è iniziato il calvario”.

Il marito di Maria, disperato, ha interpellato il sindaco di Lusciano dove la famiglia vive (erano ormai passati già 20 giorni in questa situazione), e solo così finalmente il 26 marzo è arrivata un’ambulanza che ha trasportato la signora all’ospedale di Maddaloni, sempre nella provincia di Caserta. Qui ha fatto diverse terapie ma non si è negativizzata.

E purtroppo qui scopre anche di essere allergica ad una proteina contenuta nel plasma sanguigno, per cui l’eventuale terapia con plasma iperimmune per lei non era possibile, a meno di plasma di parenti stretti che però, per fortuna ma sfortunatamente vista la situazione, sono risultati tutti negativi al Covid, e quindi privi di anticorpi.

Nel frattempo Maria inizia un trattamento di antivirali proveniente dagli Usa,  ma solo di 5 giorni (invece di 10), perchè apparentemente non era arrivata l’intera terapia. Che non funziona.

Il trasferimento a Napoli e il peggioramento

“Il 30 maggio, dopo due mesi, mio cognato, stanco del Maddaloni dove non facevano altre terapie, ha chiesto che Maria fosse trasferita , ma non ha ottenuto il consenso. Pertanto ha chiamato un’ambulanza privata e l’ha pagata di tasca sua perché la moglie fosse portata al Cotugno di Napoli”.

Nel capoluogo campano effettivamente Maria riceve molte terapie, alcune in fase sperimentale (tra cui altri antivirali provenienti dagli Usa, stavolta con la durata prevista dal protocollo), ma anche queste falliscono: i tamponi continuano ad essere positivi e Maria inizia a peggiorare clinicamente.

A questo punto i medici si “arrendono” agli anticorpi monoclonali, che appaiono l’unica speranza per la paziente, che non ha risposto agli antivirali e non può ricevere plasma da persone senza legami genetici con lei.

Questa terapia è infatti da tempo sotto la lente di ingrandimento degli esperti, e il nostro stesso Spallanzani di Roma sta conducendo una sperimentazione che appare molto promettente. Gli anticorpi monoclonali, estratti inizialmente da pazienti guariti e poi riprodotti in laboratorio, costituiscono il guerriero più selettivo, al quale il virus difficilmente può sfuggire.

Ma da più di un mese Maria aspetta l’arrivo di questa speranza. Purtroppo non sembra ce ne siano altre, visto che la donna reagisce all’inizio positivamente alle terapie, migliorando il quadro clinico generale (migliora la respirazione), ma senza l’eradicazione del virus.

“La situazione a questo punto inizia a peggiorare – ci racconta la sorella – I medici hanno cambiato cortisone perché il precedente non faceva più effetto, ma anche a questo passaggio di farmaco lei purtroppo non ha reagito bene, tanto da allettarsi. Ora lei non riesce a fare videochiamate e nemmeno a parlare al telefono”.

Gli anticorpi che non arrivano

Da fine agosto l’ospedale continua a riferire come i famigerati anticorpi, a quanto pare di origine israeliana, siano in arrivo.

“È un problema burocratico, ma arrivano, non vi preoccupate, adesso arrivano”.

Sono le parole che Maria e i suoi cari continuano a sentire senza alcun riscontro. L’unica cosa che continuano a fare è somministrare cortisone, abbassando e poi rialzando il dosaggio per mantenere almeno stabile la condizione clinica.

Ma la condizione clinica sta in realtà peggiorando.

“Non si vede niente, nemmeno l’ombra. E intanto lei peggiora, tanto che 6 giorni fa ha manifestato anche diabete, con glicemia a 300. Mia sorella non ha mai sofferto di diabete, chiarisco, ma ora, di conseguenza, si stanno sballando tutti i valori del sangue. Lei è a letto con il catetere e non riesce nemmeno ad alzarsi. E ovviamente è totalmente isolata”.

 “Sta morendo così”

“In questo momento sta facendo solo cortisone, nient’altro. Dal 26 marzo a oggi non ha fatto effetto nulla. Già a luglio i medici lo avevano detto che gli anticorpi monoclonali sarebbero stati l’ultima spiaggia”.

Ultima spiaggia che si vede ma sulla quale nessuno può andare al momento.

Mia sorella sta morendo così

Questa, l’ultima terribile frase che ha il coraggio di dirci la sorella di Maria. Ma che comunque non vuole arrendersi.

Dopo 4-5 giorni di continue telefonate senza risposta, apprendiamo in effetti che il marito di Maria ha avuto un appuntamento per parlare con i medici, fissato al prossimo martedì 13 ottobre.

Nel frattempo è stata lanciata anche una petizione che invitiamo tutti a firmare qui

Forza Maria, siamo tutti con te.

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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