©Handrés Garcia

Queste sorelle ingegnere peruviane “accudiscono” l’acqua, facendo rivivere antiche e sacre tecniche andine

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Per lottare contro la carenza d’acqua causata dalla crisi climatica che riduce i ghiacciai delle Ande, le sorelle Machaca raccolgono la pioggia e creano delle lagune. Dal Perù, greenMe ha raggiunto queste autentiche eroine ambientali, per raccontare il loro splendido lavoro in armonia con la natura, che contribuisce fino al 20% del volume di acqua consumata in tutta la regione.

Nella visione occidentale l’acqua è una risorsa naturale da sfruttare, nella cosmovisione andina invece, è un essere vivente con dei sentimenti e pensieri che, come una madre, va rispettata, ascoltata e trattata con amore. Così, tra la comunità e la yakumama (mamma acqua), nasce reciprocità ed equità: se la si tratta male, soffre e se ne va; se invece viene coccolata e accudita, le divinità le permetteranno di emergere per coccolare e accudire a sua volta.

È precisamente questo profondo rispetto per la natura a guidare il lavoro delle sorelle Marcela, Magdalena, Victoria, Lidia e Maria Machaca, tutte e cinque ingegnere agronome peruviane, che intrecciano armoniosamente tecnologia a basso costo con conoscenze e tecniche ancestrali per lo sviluppo della loro comunità e per un migliore adattamento ai cambiamenti climatici.

Le Ande si sciolgono

L’aumento della temperatura globale sta mettendo a dura prova i ghiacciai andini, che negli ultimi decenni hanno perso massa ed estensione, diminuendo di quasi un metro l’anno dal 2000. Solo in Perù, tra il 2000 e il 2016, i ghiacciai hanno perso drasticamente quasi il 30% della loro superficie.

Non solo, il cambiamento climatico sta causando anche sempre minori precipitazioni nelle Ande peruviane, quasi dimezzandole. Ad essere più duramente colpiti sono la flora, la fauna e i popoli come i quechua, che hanno solo queste risorse come fonte d’acqua.

Resilienza a più di 3.000 m s.l.m.

peruviane creano lagune

©Asociación Bartolomé Aripaylla – ABA

Per far fronte alla situazione, le sorelle Machaca della comunità indigena Quispillacta, ubicata a 3190 m.s.l.m. nella regione peruviana di Ayacucho, hanno iniziato una vera rivoluzione idrica nel massimo rispetto della natura: con aiuto di piante ed elementi locali naturali raccolgono l’acqua della pioggia per creare delle lagune. All’inizio nessuno gli dava retta, ora invece il loro progetto contribuisce fino al 20% del volume d’acqua consumata nell’intera regione e la loro tecnica è diventata un programma nazionale.

Insieme alla comunità e attraverso l’Associazione Bartolomé Aripaylla (ABA) – la loro organizzazione che utilizza le conoscenze tradizionali per aiutare le comunità indigene a migliorare le loro attività economiche – utilizzano la “semina e la raccolta dell’acqua”, così come viene ora chiamata dai tecnici agricoli lo yaku waqachay (accudimento dell’acqua), un’antica tecnica idraulica che non richiede tecnologie sofisticate.

ringraziare la madre terra in Perù

Offrendo per ringraziare la Yakumama ©Asociación Bartolomé Aripaylla – ABA

Accudire l’acqua non è compreso dal mondo tecnico, non ci capiscono, non capiscono la nostra visione del mondo. Quindi quello che abbiamo fatto per spiegare la nostra esperienza e diffondere le nostre pratiche e conoscenze è stato di coniarle con un altro nome: “seminare e raccogliere l’acqua”, così con parole più semplici, i tecnici ci capiscono”, spiega a greeenMe in una intervista l’ingegnera Marcela.

Risolto il problema della semplificazione del concetto dell’idea da “accudire l’acqua” a quello più facilmente comprensibile di “semina e raccolta dell’acqua” per le ingegnere Machaca la parte più difficile è arrivata subito dopo, convincere i tecnici sui benefici dell’applicazione di questa tecnica ancestrale nei nostri tempi.

All’inizio tutti ci hanno preso in giro e dicevano: voi seminate l’acqua? Andate a vedere le Machaca, dicono che stanno seminando l’acqua, andate a vedere la loro raccolta”, ci racconta Marcela, ormai ridendoci su anche lei.

Le sorelle Machaca

le sorelle Machaca

©Handrés Garcia

Donne, contadine e indigene, la vita delle sorelle Machaca non è mai stata semplice, hanno sempre dovuto fare un triplo sforzo per riuscire a farsi sentire. Senza tenere conto della burocrazia, il Perù è tuttora un paese centralista in cui molte delle decisioni importanti vengono prese senza ascoltare il parere o i progetti delle comunità indigene.

C’è una disabilità intellettuale e un’insensibilità verso la diversità culturale e la saggezza che sono in armonia con la natura”, ci racconta Marcela.

Negli anni ’80, tra terrorismo, discriminazione e maschilismo, i tempi dell’università sono stati duri. All’epoca, non era comune per le donne rurali ricevere un’istruzione superiore in aree tradizionalmente considerate maschili. Modesto, il padre delle sorelle Machaca, ha dovuto chiedere il permesso alla comunità per permettere a Benedicta, Marcela e Magdalena, le sue figlie più grandi, di frequentare l’università, con la promessa di tornare e applicare le nuove conoscenze nel villaggio.

Noi siamo un progetto comunitario, abbiamo finito l’università e siamo tornate alle nostre terre, come avevamo promesso e come abbiamo sempre voluto fare”, ci confessa Marcela entusiasta e felice per questa scelta.

Nonostante un’immensa e preziosa eredità, la visione del mondo andino non era prevista nei piani curriculari della Facoltà di Ingegneria e snobbata dai professori e dai loro compagni di classe. Malgrado prendessero i migliori voti, per via delle loro idee, le dicevano che avrebbero fatto meglio a studiare Antropologia o altro. Loro però non hanno mai mollato.

Nel bene o nel male, siamo anche ingegnere e dico nel bene e nel male perché le conoscenze moderne che abbiamo acquisito all’università ci permettono di sostenere ciò che in realtà già esisteva e avevamo imparato nella comunità. Abbiamo una conoscenza così grande: geologia, agricoltura, ingegneria … abbiamo imparato di più nelle nostre terre, con i nostri genitori, con le nostre famiglie, con la nostra esperienza, che all’università, dove ti danno concetti sì, ma solo per certi tipi di irrigazione e per certi tipi di suoli”, confessa l’ingegnera ayacuchana.

Proposta contadina per il cambiamento climatico

la comunità lavora

©Asociación Bartolomé Aripaylla – ABA

Queste ingegnere peruviane hanno costruito il loro primo bacino idrico nel 1995, mentre oggi sono arrivate a 71 lagune che immagazzinano più di 1.700,000 metri cubi d’acqua. Oltre a fornire l’acqua in tutta la zona, favoriscono lo sviluppo e la comparsa di animali e piante, uccelli migratori e diverse specie di alghe, che arricchiscono ancora di più gli ecosistemi locali.

Grazie al successo dello yaku waqachay a Quispillacta, lo Stato ha creato nel 2017 il “Fondo Sierra Azul“, che promuove la costruzione di infrastrutture idrauliche ancestrali nel territorio peruviano come soluzione alla crisi idrica dovuta al cambiamento climatico. Anche se questa è stata una grande svolta, per l’associazione ABA ancora c’è molto da lavorare sul rispetto per la natura.  

Nonostante ci siano piani per contrastare le conseguenze dei cambiamenti climatici, e malgrado le linee guida della regione indichino di valorizzare le conoscenze contadine e ancestrali, nella vita reale siamo ancora invisibili. È triste perché adesso i “seminatori tecnici” tengono conto solo della parte tecnica. Il concetto quechua della yakumama, il vedere l’acqua come la nostra mamma e accudirla per essere allo stesso modo accudite non viene considerato”, ci confessa Marcela mentre la sua voce si spezza.

Questo non è un semplice progetto di irrigazione come molti ingegneri vogliono credere, ma è una pratica nata nei campi, dalla resilienza dei contadini, che ha come priorità rispettare e vivere in armonia con la natura. Le sorelle Machaca cantano, parlano e, insieme alla comunità, realizzano rituali per ringraziare la yakumama. La grandezza dei risultati ottenuti è solo la conferma che spesso per poter guardare ad un futuro migliore, bisogna ascoltare il passato.

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Comunicatrice sociale specializzata in giornalismo ambientale e terzo settore, un master in Comunicazione Ambientale e uno in Innovazione Sociale. In greenMe ha trovato il suo habitat ideale.
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