Pecoranera: la storia del ragazzo che volle diventare un contadino. Intervista all'autore

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Devis Bonanni non ha ancora compiuto 28 anni. Quando ne aveva 24 ha deciso di cambiare la propria vita. Prima ha lasciato un buon lavoro da tecnico informatico, poi una bella cameretta nella casa di famiglia, una macchina e la tv. Ha deciso di andare a vivere in una baita nelle montagne sopra Udine. Terra aspra e non certo accomodante. Ha chiamato il suo appezzamento di terreno “Pecoranera”, lo stesso soprannome con cui lo indicavano in paese quando era adolescente. Ha iniziato a coltivare la terra, a vivere dei suoi frutti e a muoversi solo in bici.

Da quattro anni tiene un blog: è così, tramite il passaparola digitale che la sua storia è diventata nota. Tanto da essere diventata un libro dal titolo “Pecoranera: un ragazzo che ha scelto di vivere nella natura” in uscita il 6 marzo per la casa editrice Marsilio. In anteprima riportiamo un breve passo tratto dal libro.

Non c’era ritorno possibile da quell’atto. Una volta ancora avevo scatenato l’inevitabile con ragionevole follia. C’erano lunghe giornate nei campi ad attendermi. Libero com’ero da qualsiasi impiccio mi sarei dedicato anima e corpo a quella terra. Degli appezzamenti sui quali sorge Pecoranera circa un terzo è della mia famiglia. Un altro terzo è utilizzato per gentile concessione dei proprietari, in cambio di qualche cesto di verdure. L’ultima parte l’ho acquistata nell’autunno precedente le mie dimissioni dal lavoro. Quell’anno iniziava il vero e proprio esperimento di autosufficienza alimentare. Con Alvise avrei coltivato il mais. Luca mi avrebbe dato una mano con le patate mentre il resto del campo si sarebbe diviso tra fagioli e verdure estive. La serra avrebbe fornito un abbondante surplus di pomodori da commerciare, ma l’idea era di inserire in quest’attività anche la farina da polenta, i fagioli e qualche quintale di patate a pasta bianca e rossa”.

Ti senti uno che ha intenzione di cambiare il mondo?

Ho sempre pensato che fosse un errore immaginare di dover fare cose per salvare l’ambiente. La natura è mille volte più grande di noi e il potere con cui possiamo incidervi è infinitesimale. Penso piuttosto di dover fare qualcosa di bello per me: decidere di vivere in modo naturale o all’aria aperta fa bene innanzitutto al mio corpo. Presuppongo però che quello che cerco per me stesso possa essere una proposta di vita anche per qualcun altro. È per questo che ne parlo.

Da cosa è nata l’idea di scrivere un libro sulla tua esperienza?

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Ho iniziato a scrivere il blog in tempi non sospetti, quando queste tematiche erano ancora poco sentite. Stavo per lasciare il lavoro e avevo cominciato a riflettere su alcune questioni che poi ho approfondito nel tempo. Ho intrapreso l’avventura della scrittura con la voglia di raccontare e di cercare contatti. In un certo senso era un modo per non sentirmi solo. Il libro è stata una naturale evoluzione di quell’esperienza.

In cosa ti senti differente dai tuoi coetanei?

Mi sento differente da tutti quei coetanei che vivono in maniera automatica: senza riflettere in modo critico sul mondo che li circonda e senza sforzarsi di avere un opinione. Sento nelle persone della mia età la disaffezione nei confronti della politica e la mancanza di un vero senso civico. Penso invece che i problemi contingenti siano importanti eoccuparsene non significa compiere scelte radicali come le mie, ma semplicemente interrogarsi. Io so per esempio che anche se non avessi intrapreso questo percorso, mi sarei comunque fatto domande sul mio senso nel mondo.

Per me, lasciare il lavoro a 24 anni, andare a vivere in una casetta in montagna, decidere di coltivare la terra e spostarmi in bici sono state azioni simboliche che esprimevano un bisogno di distinguermi, anche attraverso comportamenti radicali. Ora sento meno la necessità di dimostrare e ho ritrovato un mio equilibrio: vivo in un appartamento normale e ho rinunciato all’idea di essere vegano. Nel complesso però continuo a coltivare il mio stile di vita.

Nel tuo libro sono numerose le citazioni tratte da “Walden, ovvero la vita nei boschi” il libro-culto di Henry Thoreau e Into the Wild, il film diretto da Sean Penn sulla storia vera di Christopher Mc Candless. Cosa ti ha fatto sentire vicino a queste due esperienze molto diverse tra loro?

Ho visto Into the Wild al cinema una settimana dopo essermi licenziato. Ricordo di essermi riconosciuto in quel bisogno estremo di avventura che ti prende quando sei molto giovane. Sentivo molto mia la forza con cui Cristopher Mc Cordless decide di rifiutare la società da cui proviene con la voglia di cercare altrove il senso da dare alla vita, oagli oggetti attorno a sé. Per quanto riguarda Thoreau invece: l’avevo letto qualche anno prima e ricordo che era stato come trovare un maestro. Improvvisamente avevo di fronte qualcuno che aveva trovato le parole con cui fare chiarezza in quel subbuglio di pensieri che io sentivo di provare. Pensai subito che quello dovesse essere il mio manifesto.

Libri e natura sono due elementi che nel libro ritornano spesso e puntellano la tua formazione personale. Che significato hanno per te?

PECORANERA di Devis Bonanni from Marsilio TV on Vimeo.

Sono sempre stato molto attratto dalle parole, dai ragionamenti e dalla filosofia fino a quando, un giorno, ho cominciato a provare un senso di nausea nei confronti di tutte quelle discussioni che rimanevano troppo fini a se stesse. Per contrappasso, ho smesso di leggere e ho deciso di toccare con mano le cose. Oggi sento di aver bisogno di far passare le idee attraverso il contatto: fare l’orto, decide di vivere in un certo modo è stato il mio modo di mettere in pratica tanti insegnamenti ricevuti dai libri.

Nel tuo libro, si parla spesso di frugalità, un termine che comincia a sostituire concetti percepiti come maggiormente punitivi come rinuncia o decrescita. Cosa significa per te frugalità?

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Siamo convinti che il benessere coincida con un certo modo di consumare. La frugalità invece è saper fare e saper fare a meno. Per me ha significato cercare di riempire il vuoto lasciato dalle cose inutili con un senso nuovo, per cercare un diverso equilibrio. Nella mia esperienza, liberarmi delle cose ha significato anche provare un certo sollievo: abbiamo molte cose cui badare, che spesso richiedono sforzo non solo da parte dell’ambiente (se si parla di smaltimento), ma anche da parte nostra. Nella misura in cui devo scegliere quelle poche cose di cui circondarmi sono costretto a ripensare il loro senso nella mia vita: perché faccio questo? Posso farne a meno? Mi serve davvero? Posso fare in un altro modo? E questo non è meno, è di più.

Pamela Pelatelli