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La Zenit ambiente srl di La Spezia ha ricevuto l’ok dalla BP per la fornitura di 20 Km di barriere verticali rigide a protezione delle coste della Louisiana colpite dalla Marea Nera. Ce lo conferma Leonardo Canini, responsabile per il mercato internazionale della società spezzina specializzata nel settore della salvaguardia ambientale che abbiamo sentito al telefono.

“Siamo stati qualificati fornitori ufficiali di ben 20 Km di barriere per la messa in sicurezza delle coste colpite dal disastro della Deepwater Horizon – annuncia Canini – parliamo di barriere particolari, che vengono impiegate nella protezione di porti, coste, stabilimenti e aree marine protette. Abbiamo raggiunto tutti gli accordi del caso per l’avvio delle procedure”.

Il coinvolgimento di una società italiana, che non rientra nelle fila dei fornitori di vecchia data della British Petroleum, rivela una situazione veramente complicata per la BP che deve agire su due fronti distinti: la chiusura della falla esplosa e il recupero di acque e suoli contaminati.

Se per il primo la situazione continua a precipitare con il recente fallimento dell’operazione Top Kill, l’azione di recupero potrebbe aver trovato un’ottima soluzione, 100% naturale, grazie alla Zenit ambiente. Si chiama diacite,ed è un minerale vulcanico espanso, resinato, capace di assorbire gli idrocarburi.

Perché la diacite?

“Innanzitutto non ha alcun problema di reperibilità – spiega Canini - si presenta in granuli di 5 millimetri di diametro circa e galleggia grazie al basso peso specifico. Unica incognita al momento sarebbero i tempi di intervento, nel senso che prima deve essere arginata la falla di fuoriuscita del petrolio e solo in un secondo momento si può pensare di testare la diacite in acqua salata.”

La Zenit Ambiente ha già impiegato questo minerale in altre situazioni di grave minaccia ambientale?

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“Si, e si è rivelata miracolosa. Vi ricordate il disastro del Lambro? Noi abbiamo partecipato alla bonifica delle acque proprio utilizzando la diacite. Abbiamo inserito due barriere di contenimento al cui interno sono stati rilasciati i granuli assorbenti che, come volevasi dimostrare, hanno fatto il loro lavoro. In un secondo momento si è passati al recupero delle particelle inerti.”

Per la diacite, ci spiega Leonardo Canini, la regolamentazione italiana prevede modalità differenti a seconda che l’acqua sia dolce o salata. Il Ministero dell’Ambiente ha vietato l’uso di diacite in mare a meno che non venga inserita in apposite strutture di contenimento. Nel caso del Lambro, l’operazione si è svolta senza alcun problema perché la regolamentazione per le acque dolci non dà specifiche in materia.

E gli Stati Uniti?

“Negli Stati Uniti sembra che l’impiego di diacite sia possibile ma non ora. La priorità assoluta è l’interruzione della fuoriuscita di greggio. Ciò non toglie che la nostra proposta sia al vaglio della BP e potrebbe rivelarsi la soluzione più congeniale.”

Per incentivare aziende ed esperti di settore a concepire nuove soluzioni al problema, la X Prize Foundation sta progettando di mettere in palio ben 8.2 milioni di € per chi troverà il modo di riportare la situazione del golfo del Messico alla normalità. “Una bella sfida, dice Canini, che la diacite potrebbe vincere. È veramente una soluzione ideale, soprattutto per ostacolare l’effetto di mescolamento acqua-petrolio, che è uno dei principali problemi di contaminazione da greggio a terra. Il petrolio spiaggia velocemente, si mescola all’acqua galleggiando a più livelli e profondità, parliamo di superficie, fondale ma anche mezza altezza. Questo fa si che si mescoli alla sabbia con grande facilità.

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Cospargere il litorale di diacite, che è un materiale 100% naturale, permetterebbe il filtraggio dell’acqua che arriverebbe nettamente più pulita sulla sabbia, evitando buona parte della contaminazione già avvenuta. Direi che la soluzione diacite potrebbe aggiudicarsi il primo posto dell’X Prize”.

E non sarebbe l’unica proposta italiana a potersi candidare con buoni margini di riuscita. Il sistema OilSep della Fluidotecnica di Bari permetterebbe di recuperare acqua e petrolio con un apposito sistema di filtraggio. In questo caso, la convenienza sarebbe doppia per la BP, considerando il recupero del greggio sommato a quello dell’acqua che, per il sistema della Zenit Ambiente, sarebbe da escludere.

Buone soluzioni e buone intenzioni in fase di discussione ma la marea Nera continua a presentare molti, moltissimi lati oscuri. Tra le possibili forniture future della Zenit ambiente non ci sarebbe solo la diacite. “Siamo stati contattati pochi giorni fa per una possibile fornitura di barriere antifiamma – aggiunge in ultima battuta il responsabile internazionale italiano – sono strutture in tessuto di fibra di ceramica trattata chimicamente che resistono fino a 1000, 1300 °C. Temperature che in acqua non vengono raggiunte.”

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La BP starà forse pensando di accendere dei giganteschi falò in mare aperto per far sparire tutto in una nuvola di gas serra e inquinanti?

Speriamo di no, altrimenti oltre al disastro marino, dovremo fare i conti anche con quello atmosferico.

Serena Bianchi

Leggi tutti gli articoli sulla marea nera del Golfo del Messico


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