testo unico forestale approvazione 2018

Il Testo Unico Forestale è quasi legge, trovandosi ora all'approvazione definitiva del Consiglio dei Ministri per poi passare alla firma del Presidente Mattarella. Applaudito da più fronti, è però fortemente attaccato da alcuni ambientalisti, così come da alcuni esperti per i quali lascerebbe “libero sfogo” alle attività umane, incluso il taglio degli alberi da bruciare con fini energetici. Per alcuni è un vero e proprio assalto ai boschi italiani. Ma è veramente così?

Approvato l’1 dicembre 2017 come Decreto Legge dal Consiglio dei Ministri su delega parlamentare, il provvedimento (atto del governo n.485) sta finendo l’iter previsto per la firma definitiva del Capo dello Stato. Aggiornamento di una normativa preesistente molto datata, risalente al 2001, mira indubbiamente ad “intercettare” tutto quello che è successo in questi 18 anni, incluse tutte le normative europee ambientali e i loro recepimenti in Italia.

Secondo il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (Mipaaf) le novità introdotte puntano prevalentemente al rilancio delle attività della filiera vivaistica forestale nazionale e alla definizione dei criteri minimi uniformi e sostenibili per le attività di gestione forestale, precisando, comunque, di mantenere saldo il principio dell'obbligo di compensazione qualora avvenga il taglio di aree boschive in favore delle attività umane.

In altre parole finora si è sempre parlato di conservazione, mentre con questa legge si definiscono i criteri di ‘gestione attiva’, ovvero l’opposto di “abbandono colturale”, incluso l’utilizzo dei prodotti del bosco. Ma per alcuni non è utilizzo, è sfruttamento, e la legge non si parla di “possibilità con vincoli”, ma di taglio indiscriminato di aree boschive.

Per saperne di più, ma soprattutto per avere un quadro complessivo di un testo così articolato, abbiamo intervistato Raoul Romano, ricercatore di politica ed economia forestale presso il Centro di Ricerca Politiche e bioeconomia del Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l'Analisi dell'economia agraria (CREA) e Sabrina Diamanti, dottore forestale e consigliere CONAF, Consiglio Ordine Nazionale Dottori Agronomi e Dottori Forestali, che sostengono la norma, ma anche Bartolomeo Schirone, professore ordinario di selvicoltura dell’Università della Tuscia, e Ugo Corrieri, Presidente sezione costituita Provincia di Grosseto dell’Associazione Medici per l’Ambiente (ISDE), che ravvisano nel testo diversi elementi “pericolosi” per le nostre foreste.

Ecco dunque “i punti critici” di una legge che, se sarà definitivamente approvata, modificherà profondamente l’approccio del nostro Paese al suo patrimonio boschivo.

Cosa è un bosco?

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Sembra assurdo ma attualmente in Italia esistono 22 definizioni di bosco, ci spiega Romano. Che sia un’area di terreno ricoperta da alberi è assodato, ma per quale estensione assolutamente no, con differenze anche molto pronunciate, dal Trentino-Alto Adige che parla di bosco già a partire da 500 metri quadri, fino alla Sicilia dove fino a 10.000 metri quadri quell’area non è bosco.

Ma questa non è solo una diatriba accademica, perché nella definizione di bosco entrano le sue tutele. Un’area definita bosco è trattata come tale e difesa dalle normative, una che non lo è assolutamente no.

“Questa legge per la prima volta dà una definizione univoca nazionale di bosco – spiega ancora Romano – Con questa legge, in particolare, un bosco è un’area ricoperta da alberi di almeno 2000 metri quadrati, in tutta Italia”.

Una legge che fa "di tutta l'erba un fascio"?

“La legge non prevede zonizzazione – sostiene però Schirone - non viene fatta alcuna distinzione tra boschi di conservazione, di produzione, di protezione, degradati da restaurare. Qualcuno ha contestato queste mie osservazioni, sostenendo che tutti i boschi nelle aree protette e nei parchi sono intoccabili, e non vengono interessati da questa legge. Ho qualche dubbio, ma fosse anche così, qui si parla anche di tutti gli altri boschi, sui quali è necessario fare una valutazione, non possono entrare tutti nello stesso regime. Questo è il primo punto non convincente”.

Aspetto delicato quello della zonizzazione, che in effetti potrebbe lasciar pensare che in questo modo “si faccia di tutta l’erba un fascio”. Sembra però che non sarebbe comunque stato possibile farlo con una legge di questo tipo.

“Non è una legge nazionale che può definire la zonizzazione del patrimonio forestale - ci dice Romano – L’articolo 117 Costituzione sancisce che sono le Regioni a poter decidere la zonizzazione del loro territorio”.

Ma non solo zonizzazione. 

“Poi c’è il discorso relativo ai rimboschimenti – continua Schirone - che vengono considerati al di fuori della categoria boschi: i rimboschimenti, che sono stati fatti magari per evitare fenomeni erosivi adesso escono dalla categoria bosco? Questo non è possibile. Come non è possibile considerare fuori dalla categoria bosco tutti gli interventi fatti in ottemperanza alla legge 20/80. Anche questo lascia molto perplessi”.

“Infine ci sono i boschi che hanno occupato i terreni cosiddetti “ex-agricoli”, che potrebbero essere eliminati per ritornare alle attività produttive. Ma anche qui c’è dell’assurdità, perché sembra che tali attività siano state interrotte perché è avanzato il bosco, ma è esattamente il contrario: è il bosco che ha occupato terreni agricoli abbandonati”.

“Per di più si sa che il consumo del suolo agricolo fertile non è legato all’avanzata del bosco, ma all’urbanizzazione, alla cementificazione: questo è il problema. Sono stati fatti interi convegni sul consumo del suolo. Anche questo lascia perplessi. Non si risolve il problema dell’abbandono della montagna obbligando i giovani a tornare su terreni disboscati. Mi sembra estremamente semplicistico. Sono bel altri gli interessi dietro a queste operazioni”.

La selvicoltura è un pericolo per i boschi?

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“Questo testo normativo è arrivato dopo 4 anni di discussioni e confronti pubblici – spiega Romano - É iniziato con un tavolo di filiera settoriale del Ministero, al quale hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni competenti in materia (18 regioni, Ministero dell’Ambiente e Ministero Beni Culturali), del mondo scientifico e accademico, delle varie categorie di settore (Federforeste, Coldiretti, Alleanza cooperative, Federlegno, sindacati, etc…), ma anche del mondo associativo ambientalista (WWF, Legambiente, Lipu). Da lì è uscita una prima proposta nel 2015, poi è arrivata la delega al Governo per legiferare in materia di foreste e filiere forestali".

"La delega è specificatamente rivolta all’aggiornamento della legge nazionale già esistente in materia di selvicoltura, la 227 del 2001, che aveva la necessità di essere rivista alla luce di tutto quello che è successo in questi 18 anni, soprattutto a livello internazionale, come del resto negli ultimi anni sono stati aggiornati anche il Testo Unico Ambientale e il Codice dei Beni Culturali (Codice Urbani, N.d.R.)”.

“Questi testi non hanno mai considerato e coinvolto, se non in maniera molto marginale, la selvicoltura, in quanto scienza che nasce come l’agricoltura al servizio dell’uomo e dell’ambiente, costituisce oggi uno strumento riconosciuto in tutte le politiche e strategie internazionali ed europee e per garantire la fornitura sostenibile di beni e servizi. La selvicoltura nel nostro territorio si applica e si utilizza da oltre duemila anni sotto rigide norme e regole",

"La diversità ambientale e paesaggistica che caratterizza i nostri territori oggi è anche frutto della gestione selvicolturale che si è fatta, nel bene e nel male, negli ultimi 3.000 anni. L’Italia è il Paese con i vincoli più restrittivi in termini di tutela ambientale d’Europa e in particolare per le attività selvicolturali. Vi sono, giustamente, norme specifiche rivolte alla tutela e conservazione del patrimonio ambientale, recepite in tutte le normative regionali (es. vincoli su dove, quando e cosa tagliare o lasciare nel bosco, sul non toccare alberi morti e alberi nidificati, ecc.)”.

“Io non sono contrario al taglio del bosco e all’utilizzo dei suoi prodotti, perché è una necessità dell’uomo, ma siamo contrari alla distruzione del bosco – tuona però Schirone - Questa proposta irrigidisce terribilmente il sistema, impone dei vincoli che impediscono di fare vera selvicoltura. Per usare le parole del Presidente dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali Orazio Ciaccio “impediscono al bosco di avere i suoi diritti”.  E quando i diritti non li ha il bosco, non li ha nemmeno il selvicoltore, c’è poco da fare”.

Gestione attiva significa taglio del bosco?

Ma perché? Da dove nasce questo “astio”? La norma parla di gestione attiva, che, come ci spiega Romano, in realtà è un concetto inserito per la prima volta nella normativa italiana nel 2008 con il Programma Quadro del Settore Forestale, la strategia nazionale per il settore forestale, un documento realizzato perché altrimenti l’Italia non avrebbe ricevuto i finanziamenti comunitari per lo sviluppo rurale.

Insomma, non una novità, un termine entrato nella programmazione e legislazione nazionale e regionale da ormai 10 anni e che fino ad oggi non ha creato nessun contenzioso, scientifico o applicativo.

“Ha un significato molto specifico – precisa Romano - in quanto si pone in contrapposizione all’abbandono colturale. Gestione attiva significa scelta gestionale. Per esempio se un proprietario, pubblico o privato che sia, decide di voler rendere il suo bosco una riserva integrale, lo può fare, ma è necessario dichiararlo esplicitamente con un piano di gestione che definisca cosa si intende fare o non fare su quella superficie. Se non si dichiara nulla è abbandono […] Ma dire che gestione attiva significa taglio del bosco è, mi scusi se mi permetto, da ignoranti.

Su questo concorda anche Schirone, che però ravvisa nella legge una sorta di “obbligo al taglio del bosco” a prescindere.

“C’è il discorso assurdo dell’imposizione del taglio del bosco con dei rigidi vincoli temporali: questo non ha nulla a che vedere con la selvicoltura, al di là dell’accettabilità sul piano legale di un’imposizione del genere. Tra l’altro la legge prevede anche la sostituzione del soggetto operante sul bosco: ovvero se il proprietario non interviene, è autorizzata ad intervenire un’autorità terza”.

In altre parole che gestione attiva sia legato al concetto di pratiche selvicolturali è chiaro. Ma c’è un ‘ma’, nell’ottica di Schirone.

“Per chi non si intende di selvicoltura, va spiegato che, tolte le operazioni collegate con l’impianto (nuove piantagioni, rimboschimenti), la quasi totalità delle altre cure ed interventi colturali altro non sono che tagli e potature che si effettuano in momenti diversi dai tagli principali di utilizzazione a cui la lett. c) del c. 2 fa subito riferimento parlando esplicitamente di tagli".

Il bosco e i suoi prodotti: utilizzo o sfruttamento?

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“Il bosco non è solo ambiente, non è solo natura, ma è stata la principale fonte di materiale rinnovabile per millenni – sostiene Romano - Solo da 60 anni abbiamo il gas in casa, prima si usava ancora la fascina di legna. Solo da 60 anni abbiamo principalmente plastica e altri materiali per manufatti e infrastrutture, prima si usava solo il legno. Il ceduo, che viene accusato di essere la catastrofe ambientale in Italia, è la forma di governo del bosco più antica e che è stata più usata e che caratterizza ancora oggi il nostro paesaggio. Possiamo anche lasciare il bosco alla sua naturale evoluzione, poi tra 200-300 anni vedremo cosa è diventato. Ma nel frattempo va gestito, e va gestito in modo intelligente, in modo da indurlo a diventare qualcosa di più adeguato alle nostre future esigenze, ambientali e socio-economiche”.

Ma è gestione o sfruttamento? È questo il punto dove da molti settori piovono le critiche, dimenticando però, forse, che non esistono solo i boschi italiani.

“L’Italia non gestisce seriamente i propri boschi – continua Romano - e ritrae pochissimo materiale legnoso da questi relegando il nostro Paese al penultimo posto nell’Europa a 27, dopo di noi solo Cipro. Eppure in controtendenza al resto del mondo il bosco continua a crescere e nessun Paese è a rischio deforestazione”.

“Per non fare questo l’industria del legno Italia, che conta più di 500.000 addetti e lavora carta, mobili, legno e manufatti in legno, è dipendente per l’80% dei suoi fabbisogni dall’estero, e in particolare da Paesi che, se non sono Austria, Germania o Francia dove ci sono leggi rigorose, si trovano in Africa, America Latina e in Indonesia, dove si pratica il taglio raso, che questa legge vieta, e dove non sappiamo chi taglia e cosa taglia, e dove i proventi del taglio illegale finanziano le guerre”.

“È questo il concetto di responsabilità sociale che dobbiamo assumerci. Gestione attiva significa applicazione dei principi di gestione forestale sostenibile, definiti nel 1993 dal Forest Europe, un congresso internazionale nel corso del quale l’Italia ha sottoscritto quei criteri e li ha adottati, già nel 2001 con la legge nazionale e poi con le leggi regionali”.

Gli fa eco Diamanti, che aggiunge: "Il problema non è solo economico. Con queste importazioni abbiamo anche introdotto dei patogeni, dei fitofagi, degli insetti dannosi per le nostre piante, che qui non hanno trovato degli antagonisti, per cui ora ci sono delle situazioni di rischio anche difficilmente controllabili".

Il bosco e le biomasse: incentivi alla combustione del legno?

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Come lo stesso Ministero competente ha dichiarato, la norma punta al rilancio delle attività della filiera vivaistica forestale nazionale, quindi anche al rilancio del bosco come fonte di prodotti. Le filiere possibili dove i prodotti del bosco finiscono sono molte e tra queste c’è indubbiamente quella energetica. La legge dunque incentiva, anche indirettamente, la combustione del legno a fini energetici? Una petizione online chiede per questo che il Presidente Mattarella non apponga la sua firma.

“Questa legge non parla di biomasse, ma di prodotti del bosco – chiarisce però Romano - Gestire il bosco significa ottenere dei prodotti, la gestione sostenibile prevede la convivenza tra produzione di beni economici e la fornitura di servizi ambientali di interesse pubblico. I prodotti del bosco possono essere legnosi e non legnosi. I prodotti legnosi hanno diverse filiere, industriale, artigianale, la liuteria per esempio, e tra queste c’è anche quella energetica, un anello enorme, soprattutto in Italia. Siamo il primo importatore mondiale di legno da ardere, con navi che arrivano dal Sud America”.

“L’interesse per l’utilizzo della legna a fini energetico ha in Italia, totalmente sconvolto il mercato dei prodotti legnosi, perché negli ultimi decenni sono stati fatti impianti dappertutto senza un limite legato realmente alle reali capacità di approvvigionamento, addirittura per la produzione di energia elettrica, costruiti in base dell’incentivo governativo, che la legge italiana ha previsto a kW. In questo modo, banalmente, più era grossa la centrale più lo era l’incentivo corrispondente”.

“La distorsione del mercato è anche dovuta a leggi severissime (per fortuna) che comportano ovviamente dei costi enormi di utilizzazione. Il risultato è che la maggior parte del legno a fini energetici proviene dall’estero o da tagli illegali. Ma gli incentivi agli impianti, il monitoraggio e contenimento dei fumi non sono materia di un testo specificatamente dedicato alla gestione del bosco. È competenza di un altro Ministero”.

Certo è che se in qualche modo il taglio del bosco viene incentivato, come sostengono alcuni, il rischio che la filiera energetica ne risulti favorita c’è. E secondo Ugo Corrieri di ISDE questo è un enorme pericolo per la salute pubblica, perché ne risulta un incentivo alla combustione del legno.

“Gli alberi che si tagliano vanno in biomasse, biogas o in materiale legnoso, che può essere utilizzato o per costruire mobili o altri prodotti in legno, oppure vengono bruciati. Quindi deve essere del tutto vietato l’uso per riscaldamento. Il decreto incentiva l’uso dei boschi per le filiere. Da un punto di vista sanitario questo è micidiale, fa morire le persone. La combustione del legno va del tutto disincentivata. Invece il decreto indirettamente la incentiva e quindi va corretto”.

Che la combustione del legno sia un pericolo per la salute pubblica è un fatto incontrovertibile, come sottolinea Corrieri, che tiene a precisare che l’Associazione di cui fa parte, l’ISDE, è un’associazione no profit di volontari.

“Non abbiamo conflitti di interesse – spiega - e siamo in rapporto consultivo con l’OMS, diamo quindi evidenze scientifiche”.

Evidenze scientifiche incontrovertibili per quanto riguarda la combustione del legno.

“Tutte le combustioni comportano morti premature e svariate patologie – tuona Corrieri - ma quella del legno è particolarmente micidiale: questo lo dice l’Europa, che ci sta mettendo in procedura di infrazione per circa 90.000 morti premature all’anno, ovvero circa 15 anni prima della vita media. Di queste ben 60.000 (precisamente 59.630, come sostiene l’Europa) sono dovute alle polveri sottili PM2.5, le più piccole che vengono misurate”.

“L’Ispra afferma che il 67,97% del PM2.5 primario (ovvero quello emissivo) è dovuto alla combustione del legno, quindi stufette, biomasse, pellet, in generale tutte le biomasse solide. Con le dovute proporzioni si deduce che oltre 20.000 morti l’anno in Italia solo dal PM2.5 è dovuto alla combustione del legno, circa un quarto di tutte le morti per inquinamento. È gravissimo.

“Il legno non va mai più bruciato, bisogna disincentivare chi usa le stufette, prediligendo come combustibile il metano che comporta anche lui dei problemi, ma molto meno. Lo dicono in maniera concorde tutti gli studi scientifici nazionali e internazionali. È uno scandalo che sia un incentivo al taglio degli alberi in modo che possano essere bruciati, perché questo uccide le persone. Totalmente inammissibile. Anche le centrali a biomasse devono essere chiuse. Bisogna andare avanti con solare, eolico e con l’energia dal mare, non bruciare”.

“Qui si parla di salute: malformazioni nei bambini, sterilità, malattie croniche degenerative. Perché oltre al PM2.5 la combustione del legno emette anche arsenico, mercurio, diossina, che è una delle sostanze più tossiche che ci conoscano, idrocarburi policiclici aromatici. Chi inquina deve pagare, non essere incentivato”.

Meno evidente, però, che sia la legge a favorire tutto questo.

“Certo che il legno che proviene dal bosco può andare anche alla filiera energetica – spiega Romano - ma questa legge introduce, imponendo nella programmazione forestale regionale, la promozione dell’uso a cascata del legno: quindi gli utilizzi primari devono essere quelli nobili (infrastrutturali, artigianali). Solo gli scarti di lavorazione sia forestale che industriale vanno a fini di biomassa”.

"Noi sosteniamo questa legge come tecnici - aggiunge Diamanti - perché è fondamentale avere finalmente un testo unico che riporti anche sul piano politico la gestione del territorio boscato. Non capisco questa polemica, perché il testo parla sempre di garantire la salvaguardia delle foreste, di promuovere la gestione attiva, di piani di gestione che devono essere redatti da professionisti. Non è un uso scellerato dei boschi, non ci sono tagli per produrre biomasse, che è la paura principale".

Legge incostituzionale?

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Da molti fronti, anche molto competenti nel settore legale, è arrivata addirittura l’accusa di incostituzionalità. Falso, secondo Romano, che spiega: “La legge è stata anche accusata di incostituzionalità perché le Camere sono sciolte. Ma non è una legge di iniziativa parlamentare. Il Parlamento ha dato delega al Governo che, tramite il suo Ministero competente, ha preparato una proposta di Decreto Legge”.

“Il Consiglio dei Ministri ha approvato più di 30 decreti legislativi da deleghe, e con l’ultimo Consiglio dei Ministri di metà marzo, perché fino a prova contraria abbiamo un governo fino a che non lo decide il Presidente Mattarella,  se ne prevede l’approvazione di altri 20. Tra questi  ce ne sono alcuni che necessitano l’approvazione pena l’apertura di procedure di infrazione comunitaria per l’Italia. Il testo inoltre è stato sottoposto al parere del Consiglio di Stato che si è espresso positivamente”.

Legge che sancisce l’esproprio dei terreni boschivi?

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“La proprietà forestale per il 65% è privata – ci spiega Romano - e i privati sono andati negli ultimi 100 anni, per la maggior parte, a vivere in Venezuela, in Australia e noi non sappiamo più chi sono, come rintracciarli. E quando c’è per esempio una frana, o succede qualcos’altro, la responsabilità è sempre e comunque del proprietario che ha utilizzato eccessivamente o che non ha fatto nulla per prevenire. Se il proprietario decide di non voler fare alcun intervento selvicolturale per qualsivoglia motivo, si deve assumere per iscritto la responsabilità di questa decisione, come se lo assume chi non rispetta i criteri di gestione forestale sostenibile: questa legge prevede questo”

“La legge non parla mai di esproprio, ma di sostituzione nelle attività di gestione di competenza del proprietario nell’attuazione di un piano. Ovvero il proprietario, in accordo con l’ente pubblico, se dichiara di non essere in grado di poter fare la gestione del suo territorio affida la gestione all’ente pubblico, che però tratterrà gli eventuali introiti derivati.  Ma la proprietà resta”.

Non è esproprio ma comunque c’è un’ “ingerenza”? Secondo Schirone sì e anche in modo inappropriato.

“La legge sancisce che quando non interviene il legittimo proprietario, un soggetto terzo, che può essere la Regione o un altro ente da questa individuato, è autorizzato ad intervenire sul popolamento forestale”.

“[…] Uno degli ultimi articoli della legge sancisce che a definire la figura della persona idonea alla gestione del bosco possono anche essere le Regioni – continua Schirone - A gestire il bosco dovrebbero essere persone qualificate, che hanno seguito studi specifici, dottori forestali per intenderci. Nella legge tutto questo viene stravolto”.

Ma la legge prevede ben 5 commi di articolo interamenti dedicati alla formazione degli operatori e alla competenza delle imprese, replica Romano.

Il bosco: è giusto tagliare gli alberi?

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Si è parlato di prodotti e di gestione sostenibile. Ma resta una domanda di fondo: è giusto tagliare gli alberi? Chi contesta ferocemente questa legge lo fa fondamentalmente appellandosi al principio di rinaturalizzazione del patrimonio forestale italiano, che significa lasciare i boschi alla loro evoluzione naturale.

“Gli alberi non devono essere tagliati – tuona Corrieri - vanno tenuti così perché danno la vita. Alcuni studi scientifici dimostrano che in natura ricca di biodiversità cervelli di ultrasettantenni ricominciano a funzionare come fossero quarantenni e che Alzheimer e Parkinson addirittura regrediscono. L’ha dimostrato il prof. Lamberto Maffei in Italia, che fino al 2015 è stato Presidente dell’Accademia dei Lincei, e lo confermano altri studi americani, neozelandesi e australiani. Ma nel nostro Paese tutto questo non viene ascoltato, perché l’affare delle biomasse è molto grosso e contiene molti capitali pubblici”.

Ma lasciare gli alberi a se stessi può non essere la scelta più giusta, nemmeno dal punto di vista ambientale, ci spiega Romano.

“In Italia noi parliamo solo di conservazione, di riportare allo stato selvaggio e naturale il bosco, ma stiamo parlando del 40% del territorio italiano. La conservazione è un concetto validissimo, che trova piena attuazione nelle aree protette e nelle aree  integrali, che comunque devono avere un piano di gestione”.

“Ricordiamo che l’Italia, per la sua struttura geomorfologica è il Paese con il maggior numero di frane d’Europa e con un elevatissimo rischio incendi dovuto anche alla sempre più crescente quantità di massa combustibile a disposizione. La lotta agli incendi boschivi non si fa con i canadair ma con la gestione, con la selvicoltura, come fanno tutti i paesi europei e in particolare del Mediterraneo”.

“Gestire un bosco significa applicare una scienza in grado di migliorare le sue capacità adattative e di sviluppo e in un momento storico come questo, di profondo cambiamento climatico, dobbiamo essere noi gli artefici dell’adattamento delle foreste, assecondando i processi naturali, altrimenti possiamo sederci e osservare le dinamiche e le evoluzioni naturali che hanno tempi non umani. Non possiamo permetterci di perdere, come è successo questa estate, quasi 200.000 ettari di bosco in un filo di fumo. Se si fa una corretta e razionale gestione, si può rallentare il fuoco e altri fattori di disturbo quali la diffusione di malattie e patogeni”.

Sì, perché se un bosco non è penetrabile è anche difficile intervenire per limitare i danni di un incendio, rimanca anche Diamanti, che aggiunge:

"Il bosco è un bene vincolato per legge: la maggior parte del territori boscati hanno il vincolo idrogeologico, tantissimi sotto il vincolo paesaggistico, sui quali questa legge non interviene. I boschi sono antropizzati, non esistono in Italia dei boschi naturali, quindi se noi li lasciamo in un’evoluzione naturale, si verificano poi delle problematiche di dissesto idrogeologico".

E su quella che sembra una diatriba che contrappone 'conservazione' a 'gestione attiva', precisa: "L’errore è proprio questo: conservazione e gestione attiva vengono presi come due termini in contraddizione, ma secondo noi la gestione attiva è quella che garantisce la conservazione del bosco. Un bosco lasciato così com’è non ha futuro".

Una legge che fa discutere, dunque. Fosse solo perché è difficile che i cambiamenti vengano accettati da tutti.

Roberta De Carolis

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