Reazioni avverse ai vaccini: gli esami prevaccinali possono prevederle?

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Vaccini. E' noto che, come tutti i farmaci, possono causare reazioni avverse anche gravi, e che, in alcuni casi particolari, possono essere del tutto controindicati. Ma è possibile prevedere questi eventi? Esistono delle indagini da fare prima della vaccinazione che diano indicazioni sulla suscettibilità del bambino a tali reazioni? Abbiamo cercato di rispondere a questa domanda anche alla luce della conferenza stampa che si è tenuta a Roma il 30 maggio, nel corso della quale il Codacons ha presentato i dati dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) sulle reazioni avverse potenzialmente correlabili all’‘Infanrix Hexa’, (il cosiddetto vaccino esavalente), di titolarità della società GlaxoSmithKline.

1857 segnalazioni, di cui 168 gravi nel 2014, 992 di cui 144 gravi nel 2015 e 702 di cui 142 gravi nel 2016, registrate all’interno della Rete Nazionale di Farmacovigilanza (RNF) negli anni 2014, 2015 e 2016, che l'Aifa ha inviato alla Procura di Torino su richiesta della stessa. Il documento, inoltre, cita 5 decessi avvenuti temporalmente dopo la somministrazione dell'esavalente. Numeri che spaventano molto, anche se resta da accertare il nesso diretto tra il vaccino e le reazioni. Il Codacons, che non si dichiara contrario ai vaccini, avanza però alcune richieste al fine di limitare le reazioni avverse. In particolare l'associazione dei consumatori pone in luce la necessità di  somministrare monovaccini (ovvero non iniezioni multiple) ed esami prevaccinali.

Il tema di questi esami è diventato particolarmente sentito ora, proprio perché sono 12 i vaccini che il decreto approvato in Consiglio dei Ministri vuole rendere obbligatori. Molti genitori sono spaventati dall’idea di somministrarli tutti ai loro figli. Già a ottobre 2015 più di 100 medici scrissero una lettera aperta al Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità avanzando una proposta di pratica vaccinale in 14 punti, sostenendo, tra le altre cose, la necessità di una vaccinazione “ad personam”, cioè mirata sul bambino. Il tutto, evidentemente, molto prima del famigerato decreto. Due dei medici firmatari sono stati successivamente radiati dall’Albo dei Medici.

Ma esistono davvero questi esami prevaccinali? E se sì, quali? Per rispondere a questa domanda abbiamo intervistato Fabio Franchi, medico specializzato in Malattie Infettive e in Igiene e Medicina Preventiva, attualmente in pensione, presente alla conferenza stampa del Codacons e sostenitore di una posizione di cautela nei confronti dei vaccini, per questo considerato un “dissidente”. Abbiamo inoltre ascoltato il parere anche della medicina "ufficiale", ponendo le medesime domande a Giuseppe Ippolito, Direttore scientifico dell’ospedale Spallanzani.

Vaccinazioni ad un'età precoce?

Uno dei punti messi in evidenza dal Dottor Franchi è anche l'età dei bimbi ai quali vengono sottoposti i vaccini, secondo lui troppo precoce:

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“Oggi i bambini vengono vaccinati in un’età molto precoce, quando il sistema immunitario si sta sviluppando, così come il sistema nervoso - spiega Franchi - Il sistema immunitario del bambino reagisce in maniera diversa rispetto a quello di un adulto. Per questo deve essere stimolato in maniera particolare. Ad es. la pneumococcica viene somministrata in un’unica dose nell’adulto, mentre ad un bambino vengono iniettate 3 o 4 dosi per ottenere il risultato.

“L’età così precoce alla quale vengono effettuate le vaccinazioni provoca degli effetti avversi anche gravi. Le analisi si possono anche fare - spiega Franchi - ma non c’è alcuna garanzia, perché si parla di bambini molto piccoli e parliamo di un problema legato alla tossicità di alcune componenti dei vaccini, come gli adiuvanti e i coniugati, che alterano la risposta immunitaria”.

Sugli adiuvanti il medico si è soffermato in modo particolare, sostenendo che molti di loro siano sali di alluminio, “noto neurotossico che deve essere somministrato a dosi molto basse, ma che invece viene iniettato a dosi superiori al consentito. Questo, ci spiega, perché nello stesso giorno al bambino viene somministrata sia l’esavalente che la pneumococcica (dose massima 0,85 mg contro circa 0,95 mg come risultato della somma dell’alluminio contenuto in questi vaccini, dai riferiti da Franchi).

Il medico sostiene quindi l’inutilità di farli in un’età così precoce, vista l’assenza di epidemie in corso.

“Il rischio di tetano, per esempio, non è a due mesi, ma a 3 o 4 anni quando il bambino rischia di farsi male, quindi si può posticipare. Per l’epatite B praticamente non vi è alcun rischio, perché tutti gli italiani sono vaccinati dai 2 mesi ai 37 anni, in quanto c’è stata la vaccinazione obbligatoria”.

“Tra l’altro la vaccinazione obbligatoria ha ottenuto buoni risultati, ma paragonabili, se non inferiori a quelli ottenuti in Francia che non ha la vaccinazione obbligatoria e con copertura vaccinale inferiore al 40%”. Stesso discorso ci viene illustrato per la poliomielite e la difterite, che effettivamente non registra epidemie da decenni. “Sono vaccinazioni che si possono quanto meno posticipare sostiene Franchi.

Esami prevaccinali?

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Gli esami prevaccinali possono ridurre il rischio di reazioni avverse? Esami prevaccinali che diano garanzie non ci sono. Ma è importante l’anamnesi e il confronto con il pediatra. “Se c’è una familiarità di malattie autoimmuni, il vaccino è proprio controindicato – continua Franchi -  perché i vaccini possono provocare dei fenomeni di autoimmunità”.

“Oggigiorno, un qualsiasi medico dotato di buon senso e di un minimo di conoscenza scientifica non può essere contro le vaccinazioni pediatriche e infatti conosciamo tutti l’utilità di questa pratica sanitaria” premettevano i firmatari della lettera del 2015, che tuttavia non concordano su una vaccinazione “di massa” ritenuta inadatta sia all’età dei piccoli pazienti che alle specificità di ognuno di loro.

Sull’inesistenza di analisi con garanzie concorda anche la medicina “ufficiale”. “Per la quasi totalità dei bambini non c’è alcun fattore di rischio a fare la vaccinazione – ci spiega al telefono il Dottor Giuseppe Ippolito – I pediatri di base esistono apposta. I bambini con particolari condizioni saranno valutati per l’accesso alla vaccinazione.

L'importanza dell'anamnesi e del confronto con il pediatra

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Dunque tutto ok? Non c’è veramente nulla da fare prima? “Questo non è in funzione del decreto – precisa Ippolito – È così già adesso. Il pediatra di base che ha bambini con condizioni o patologie particolari discuterà con il Centro vaccinale se, come e quando effettuare le vaccinazioni e quali le più appropriate”.

“Non bisogna pensare a modelli basati su test spiega ancora Ippolito. È proprio il confronto con il pediatra, che conosce la storia clinica del piccolo paziente, a garantire la personalizzazione della vaccinazione auspicata da altre autorevoli voci della medicina, in realtà.

Lo scienziato ha sottolineato anche come siano veramente pochi i casi che non rientrano nello standard di vaccinazione senza alcun controllo preventivo. Certo, pochi (per fortuna), ma come tutelare anche loro? Il pediatra conosce il bambino e sarà suo compito adeguare la pratica clinica al caso particolare, ribadisce più volte Ippolito.

Eppure tutti i medici consigliano di non vaccinare in caso di sintomatologia evidente di infezione (seppur banale come un raffreddore). E se l’infezione non fosse evidente? “Non è giusto fare analisi prima, perché, un conto è la condizione (raffreddore, febbre), una cosa è riuscire ad identificare il microorganismo”.

“Il sistema immunitario è capace di montare una risposta immunitaria efficace ed efficiente in tutte le situazioni, quindi non c’è bisogno di fare accertamenti particolari”.

Test genetici?

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Molti farmaci, tra cui i vaccini, possono però indurre reazioni avverse. Dei test genetici potrebbero risultare utili? “Ci sono vaccini preparati su membrane di uova di pollo – ci spiega Ippolito – e in questo caso chi è allergico alle uova potrebbe avere reazioni. Ma questo si vede con l’anamnesi.

Non c’è bisogno di fare test genetici – precisa Ippolito - ma soprattutto, quando pensiamo ai vaccini, dobbiamo pensare a qualcosa che interessa 500 mila persone per volta, non al caso singolo, al loro grande vantaggio per la comunità, non ai casi singoli che sono sufficientemente tutelati dall’attenta valutazione dei pediatri di base”.

Pediatri che devono entrare in gioco quando il bambino ha delle particolari condizioni o specifiche patologie, conclude Ippolito.

A prescindere dall’opportunità di un decreto che obblighi i genitori ad effettuare 12 vaccini, la personalizzazione dei farmaci è oggettivamente un tema che interessa la medicina e la farmacologia da molto tempo.

Le posizioni dei medici, comunque, su questo non sembrano così in contraddizione. Il confronto con il pediatra (come con il medico in generale) resta la pratica clinica regina. Analisi di laboratorio per tutti forse non esistono, come non esistono farmaci per tutti. La specificità dell’essere umano può e deve essere salvaguardata, e proprio per questo è sempre e comunque sconsigliato il fai-da-te.

“Se vogliamo servire la Verità abbiamo solo una possibilità: unirci tutti attorno ad un tavolo scientifico e discutere l’argomento con cuore aperto e libero da conflitti di interesse scrivono i firmatari della lettera. Ed è quello che auspichiamo, ovviamente, anche noi.

Roberta De Carolis