sardine finite disastro ambientale

Le sardine stanno finendo, ed è solo colpa nostra. Stanno finendo ovunque, nei mari a noi più vicini, ma anche in altre parti del mondo. Solo nella costa statunitense del Pacifico la pesca sarà chiusa per il terzo anno consecutivo, semplicemente perché i pesci non ci sono più.

Il drammatico declino interessa diverse specie ittiche in realtà, ed è particolarmente severo per le sardine, come riportano le più recenti ricerche del settore. L’ennesimo disastro ecologico, interamente dovuto a cause umane.

Un disastro mondiale, del quale il nostro Paese è parte integrante e che – lo ricordiamo – ospita alcune delle aree del Mediterraneo particolarmente a rischio, come sottolineato nel corso della conferenza di Malta, dove 16 Ministri dei Paesi mediterranei sono stati chiamati a firmare Malta MedFish4Ever, che li impegna alla protezione delle specie vulnerabili e degli habitat sensibili, nonché all’istituzione di  zone con restrizioni alla pesca e aree marine protette.

“Questi stock ittici sono essenziali per la sopravvivenza di molti ecosistemi marini – ci spiega Maria Rapini, segretario generale di Marevivo - Dobbiamo assolutamente preoccuparci di questa situazione. Le cause sono tante: i cambiamenti climatici, l’inquinamento dato dallo sviluppo costiero, la pesca eccessiva, che stanno mettendo a rischio la vita di queste specie, che peraltro rappresentano il 37% del pescato mondiale.

Cambiamenti climatici, inquinamento, pesca eccessiva: nulla che sia imputabile a qualcosa di diverso dall’essere umano, dunque, che interviene negli ecosistemi in modo prepotente, senza criterio e senza il minimo rispetto per gli equilibri che la natura ha creato nel corso dell’evoluzione.

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LO SFRUTTAMENTO DELLE ZONE DI PESCA È ARRIVATO AL 90%

“É uno di quegli esempi in cui la pressione va diminuita – tuona ancora la Rapini - […] La Banca Mondiale ci dice che lo sfruttamento delle zone di pesca è arrivato quasi al 90% (dati 2013), il che significa che noi sfruttiamo sempre di più queste aree, senza preoccuparci, tra l’altro, di ricostituire e ricolonizzare quelle che abbiamo distrutto”.

“Questa considerazione vale in Italia, ma in realtà dappertutto. Nel Mar dei Caraibi questo problema c’è già da anni. Purtroppo non esiste una soluzione vera e propria, se non quella di intervenire, abbassando del tutto lo sforzo di pesca, dando a queste specie la possibilità di ricostituirsi. Questo è nell’interesse dell’umanità intera ha continuato.

CREARE ZONE CON PESCA CHIUSA

Marevivo, insieme a Legambiente, al Politecnico delle Marche, MedReAct e la Stanford University, stanno portando avanti il progetto ‘Adriatic recovery project’, nato per promuovere il recupero degli ecosistemi e degli stock ittici  del mare Adriatico, ribadisce il segretario di Marevivo.

Con questo progetto si chiede l’istituzione di una zona in cui la pesca sia chiusa o fortemente ridotta, nella fossa di Pomo, che si trova al centro dell’Adriatico, una delle zone particolarmente gradite a scampi e naselli, o che almeno lo era.

Per saperne di più sui disastri ecologici marini, leggi anche:

“Le sembra normale fare addirittura un progetto su questo?” conclude la Rapini.

Un progetto fatto per riparare i nostri danni, in pratica.

Un paradosso di fronte al quale anche noi restiamo a dir poco perplessi.

Roberta De Carolis

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