blocco_traffico

È incominciata sotto una candida nevicata la prima domenica senza auto del 2011. Un sottile strato bianco ha continuato a ricoprire i tetti delle auto parcheggiate lungo i viali, davanti alle case, nei cortili, fino alle dodici, per poi dissolversi mano a mano che la temperatura si alzava. Il blocco del traffico prevedeva il divieto di transito in città e in dieci comuni della cintura, dalle dieci alle diciotto Otto ore in cui Torino è sembrata tornare a una quiete surreale.

È il silenzio ciò che colpisce sopra ogni cosa: nessuna vibrazione alle finestre, nessun suono di clacson improvviso a far alzare lo sguardo di scatto. Il rumore costante delle auto che sfrecciano o frenano di colpo sembra un lontano ricordo e tutto torna ad avere un suo suono. E spesso quel suono corrisponde al silenzio.

La differenza è stata percepibile nel momento stesso in cui sono scattate le diciotto della sera. Un attimo prima la città si esprimeva con i suoi rumori personali e intimi, un attimo dopo solo il brusio delle auto a sovrastare qualsiasi voce si fosse levata fino a quel momento.

E poi le strade vuote. Torino è famosa per i suoi viali ampi e lunghissimi. Di solito durante la giornata quei viali sono pieni di auto distribuite in tutte e quattro le corsie. Incolonnate in modo più o meno composto, si muovono al ritmo dei semafori. Oggi bastava attraversarne uno per sentirsi come l’ultimo superstite dopo una calamità naturale. Soli, nel bel mezzo di un deserto di cemento. E mentre lo sguardo si girava a destra e a sinistra per perdersi nel tentativo di afferrare la bellezza della città liberata, capitava di cogliere gli occhi del pedone proveniente dal lato opposto, nello stesso momento in cui anche il suo viso si stava girando.

Il piacere di attraversare la strada senza l’ansia dell’auto, pronta a partire al primo bagliore del verde. Anche questo è uno di quegli incredibili lussi che una domenica senza auto riesce a regalare. Un diritto alla lentezza che si trasforma nella possibilità di vivere gli spazi comuni secondo ritmi autodeterminati e non imposti.

Con i pedoni, strane creature si aggiravano per la città: qualche impavido ciclista, incapace di restare a casa, all’idea di avere tutta la strada finalmente per sé; qualche bambino con il monopattino e numerose carrozzine.

Al termine della giornata le rilevazioni hanno fatto registrare un valore di 66 microgrammi di polveri sottili al metro cubo, rispetto ad una media cittadina di 120. 145 sono state le sanzioni imposte dalla Polizia Stradale, presente in tutti gli angoli di accesso della città.

Più che un risultato sembra una tregua. Quella che si combatte a Torino tutti i giorni infatti assomiglia piuttosto a una battaglia. Da dieci anni il comune continua a promuovere iniziative per favorire la diminuzione del traffico cittadino. Non sono mancati i risultati se si considera che negli anni ottanta Torino non aveva neanche una piazza dove non fosse possibile parcheggiare. Eppure, secondo i dati dell’Agenzia Europea per l’Ambiente è la seconda città più inquinata d’Europa e secondo Legambiente la peggiore d’Italia per numero di giorni in cui si è superata la soglia di allarme delle polveri sottili (cinquanta milligrammi al metro cubo). A nulla sembrano essere servite le aperture di nuove zone pedonali, l’allargamento della ZTL, l’introduzione del bike sharing, le nuove flotte di autobus a minor impatto, etc. La città nota a tutti per essere la storica patria dell’automobile in Italia, se da un lato è riuscita a strappare dalla sua carta d’identità la definizione dicompany town, dall’altro sembra non essere riuscita ancora a legittimarsi dall’uso spesso smodato delle auto. Ne è testimonianza il ritardo con cui è stata introdotta la metropolitana, inaugurata solo nel 2006 e tuttora attiva con una sola linea che collega la zona ovest della città con il centro.

In questo quadro, l’efficacia dei provvedimenti anti-smog sembra assumere più i toni di un monito rivolto alla popolazione, che un’azione realmente foriera di risultati per il benessere collettivo. Ciò che dovrebbe mettere in guardia, in questo triste contesto, è la persistenza del problema, a cui fa spesso eco l’ostruzionismo delle persone all’idea di cambiare il proprio stile di vita in cambio di un po’ di salute in più.

Pamela Pelatelli

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