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Lo scopo primario di questo inizio secolo a livello mondiale è il ritorno alla Terra da parte delle giovani generazioni”, tuona Carlo Petrini di fronte a una platea curiosa di capire cosa si nasconde dietro quella T sospesa. Il mistero è presto risolto: T sta per Terra e la generazione alla quale ci si rivolge non ha niente a che fare con giovani “bamboccioni” di mediatica memoria né con persone votate alla miseria, come è accaduto per molti del nostri nonni contadini. “Mi rivolgo a una nuova comunità di giovani, in grado di realizzare una chimica unica tra le moderne tecnologie e i saperi tradizionali. E, nel contempo, capace di interagire con gli altri contadini: coloro che sono stanchi di essere consumatori e vogliono diventare “coproduttori”.


Carlo Petrini definisce questo programma, un Nuovo Paradigma. L’unico capace di farci uscire da una crisi che non possiede al suo interno gli anticorpi per essere debellata e che dunque ha bisogno di modalità completamente nuove di riorganizzare gli equilibri all’interno della società.

Dal suo sguardo privilegiato sulla realtà, Petrini parla di un processo già in atto e in lenta ma costante crescita. A guardare i visi che si affacciano da dietro gli stand del Salone del Gusto 2010 viene da pensare che effettivamente qualcosa stia accadendo.

Andrea Giovannini per esempio è un ventottenne che da otto anni ha aperto una sua azienda agricola a 1200 m s.l.m. Produce formaggio derivato dal latte di mucche della Razza Grigio Alpina, un tipo di vacca rustica di alta montagna di cui sono rimasti poco esemplari in ValFloriana, lassù tra i monti del Trentino Alto Adige. “Mio padre è architetto e i miei fratelli sono ingegnere e geometra. I miei non avrebbero voluto che iniziassi questa vita, ma appena terminata la scuola di Agraria ho deciso di fare tre anni in alpeggio. Da lì, è nata la mia passione per questo tipo di mucca e appena tornato ho deciso di aprire una mia attività”. Ha le gote rosse e il viso luminoso, Andrea. È orgoglioso della sua piccola azienda e non nega che entro un paio d’anni vorrebbe allevare anche qualche maiale per aprire un salumificio e cominciare a guadagnare anche un po’ di più. “Adesso riesco a compensare le spese dell’azienda agricola con l’agriturismo che ho aperto qualche metro più su, il Malga Sass”. Nel frattempo allunga un pezzo del suo formaggio e con gli occhi trepidanti cerca di leggere negli occhi del cliente l’effetto che fa tutta quella passione in formato di sapore.

La possibilità di vivere la propria vita all’aria aperta, lontano dalle frenesie della città è una delle principali motivazioni per le quali molti figli di contadini potrebbero decidere di proseguire il mestiere paterno. Lo dice uno studio realizzato dalla RRN Rete Rurale Nazionale, un programma ministeriale dedicato allo sviluppo delle aree rurali, i cui risultati sono stati presentati in anteprima all’interno del Salone. Segue l’indipendenza lavorativa che, tuttavia, si confronta spesso con un immaginario e, non raramente, con una realtà di difficoltà economiche e ostacoli burocratici. Non a caso, una delle richieste primarie che Slow Food fa alle Istituzioni è proprio quella di alleggerire il carico di “scartoffie” che una piccola azienda agricola deve sobbarcarsi per riuscire a dare il via alla sua attività. Dalle autorizzazioni ai permessi per costruire anche solo un capanno per gli attrezzi, un contadino si trova spesso a dover dedicare più tempo alle carte da firmare che alla terra da coltivare.

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Certo, internet favorisce le giovani generazioni rispetto ai padri. Lo testimonia il fatto che la RRN sta pensando di costruire una piattaforma web, all’interno della quale accorpare tutte le informazioni relative a opportunità e oneri che ogni agricoltore dovrebbe conoscere.

Resta, di fatto, il problema che non sempre chi ha compiuto studi in Agraria, Biologia o Lettere voglia “sporcarsi le mani”. Sussiste una percezione legata alla figura del contadino fatta di calli alle dita, unghie sporche, tute da lavoro e scarponi ricolmi di terriccio. Ci si dimentica tuttavia che l’innovazione tecnologica ha contribuito a far fare passi da gigante anche all’agricoltura.

Eppure ci sono tipicità nazionali che rischiano di andare perse proprio a causa della mancanza di un ricambio generazionale. Accade in Umbria, per esempio, dove da secoli si coltiva il Sedano Nero, una tipologia di ortaggio che assume questo colore perché, quindici giorni prima di essere raccolto, viene interrato, cosicché le coste interne rimangano particolarmente setose e morbide. Sono rimasti in otto a conservarne la produzione. “Io ho 45 anni – ci dice uno di loro – e ancora qualche anno lavorerò, ma non si vedono giovani pronti a sostituirci. Dalle nostre parti il problema del ricambio è reale”.
Altrove, invece, proprio la crisi dell’industria ha condotto molti figli a guardare in modo diverso il lavoro dei padri, al punto di ripensare il proprio futuro vicino alla terra. È il caso del territorio di Acerra in provincia di Napoli. Qui, la cassa integrazione della Fiat di Pomigliano ha messo molte famiglie sul lastrico e quegli aspiranti operai che nel frattempo vedevano le attività agricole dei padri fiorire sulla spinta della rinnovata produzione del San Marzano hanno pensato bene che la terra non li avrebbe potuti tradire.

Il San Marzano qui è storia recente, sebbene per secoli sia stato il pomodoro simbolo di questo territorio. Marco Contursi, delegato Slow Food per la Campania ci racconta che “del San Marzano originale erano rimaste solo piccole produzioni domestiche e pochi semi conservati nelle banche della Cirio. È stata fatta una vera e propria opera di recupero, a cui è seguito un piccolo boom economico che ha portato alla nascita di 3 cooperative”. Questo tipo di pomodoro, dolce e particolarmente indicato per le cotture prolungate, viene esportato per l’80% all’estero e viene venduto all’ingrosso a 50 centesimi al kilo contro i 4,05 pagati per un classico pomodoro tondo pugliese.

L’esempio di alcuni è incoraggiante ma molto resta da fare. I dati inquadrano una realtà ancora in crisi: in Italia gli agricoltori under 35 impegnati in agricoltura sono il 7% del totale e dal 2000 al 2007, il numero dei figli che è succeduto ai padri è passato dal 10 al 6%.

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A volte sono gli stessi padri a scoraggiare la successione da parte dei figli. “Io non avrei mai voluto che avessero preso il mio posto – racconta Angelo Li Calzi, allevatore della provincia di Caltanissetta, in riferimento al fatto che i suoi due figli ventenni hanno deciso di rilevare l’azienda di famiglia. Al Salone presentano il loro formaggio caprino erborinato. “Quattordici anni fa, ho lasciato un lavoro statale per fare l’agricoltore: avrei potuto investire in una casa e invece ho deciso di comprare un appezzamento di terreno. Da tre anni a questa parte ho iniziato ad allevare le capre e a fare il formaggio. Quelli di Slow Food mi hanno scoperto a una fiera e da lì sono arrivato qua. Ma ho fatto tanti sacrifici e non so se vorrei che i miei figli ne facessero altrettanti”. Nel frattempo però il più grande e operoso della giovane generazione dei Li Calzi è al bancone, serve i clienti sorridente, offre assaggi e descrive i sapori dei differenti tipi di formaggine.

Se in Italia, la percezione della vita dell’agricoltore soffre di retaggi e realtà difficili da scacciare, in altri Paesi del mondo succede che l’agricoltura sia vista come una via di fuga dalla strada e di crescita alternativa per i più giovani. Ne è convinto Tshediso Johannes, sudafricano di appena trent’anni che dal 2008 è a capo del YAA (Young Agricoltural Ambassadors) un progetto che coinvolge una cinquantina di persone insegnando loro a coltivare in modo biologico. Consapevole del valore della saggezza degli anziani e dell’importanza del cibo, al grido di “engage people to grow food” ha raccolto attorno a sé un folto gruppo di stakeholders, soggetti istituzionali e giovani rampanti di Johannesburgh che lo stanno sostenendo in questa sua iniziativa.

Simile e altrettanto forte è la storia di Francisco Cabeco, apicoltore di una regione immersa nel cuore del Brasile, che ha smosso un’intera comunità per non far distruggere l’ecosistema della sua terra e inaugurare un nuovo progetto di coltivazione biologica. “Non ho potuto imparare da mio padre perché ai suoi tempi esisteva solo la coltivazione a base di concimi. Il paradosso – dice – è che sono io, ora, a dover insegnargli come si tratta la terra.”

Anche la Generazione T, come tutte le generazioni che vogliono succedere alla precedente in modo nuovo e facendosi portatrici di valori diversi, deve simbolicamente “uccidere i padri” per poter realizzare il proprio mondo.

Pamela Pelatelli

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