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Dalla Cina, ecco una storia agrodolce, che parla di diritti negati ma anche di umanità e resilienza: un ospedale trasformato in una residenza, in cui i malati terminali possono trascorrere l'ultima fase della propria vita circondati dall'affetto dei propri cari, ricevendo, nello stesso tempo, l'assistenza sanitaria necessaria. Siamo nella remota provincia orientale di Wuyi, dove una struttura un tempo all’avanguardia e oggi in stato di semiabbandono è diventata così la casa di un gruppo di ex minatori malati di silicosi e delle loro famiglie.

La silicosi è una patologia polmonare causata dall’inalazione di polvere contenente biossido di silicio ed è diffusa soprattutto tra i minatori: i sintomi possono comparire anche a distanza di anni dall’esposizione alla sostanza e non esiste una cura risolutiva, bensì trattamenti (in particolare a base di ossigeno) mirati ad attenuare i disturbi e ad offrire ai malati una migliore qualità della vita. Secondo le stime, è una della patologie da lavoro più diffuse in Cina e riguarda circa 6 milioni di persone.

L’ospedale di Yangjia è stato fondato negli anni Sessanta da una società estrattiva statale, che ne aveva fatto un presidio per la cura e il trattamento dei problemi di salute dei lavoratori, in larga parte, appunto, minatori. La struttura era dotata di 150 posti letto e di apparecchiature estremamente moderne per l'epoca, tanto da essere capace di attrarre medici ed infermieri anche da altre aree del Paese.

Quando, nel 2000, la società mineraria è fallita, il governo locale ha assunto il controllo della struttura ospedaliera, continuando a stipendiarne il personale. Ma i fondi a disposizione erano scarsi e non permettevano di mantenere gli standard precedenti: per questo, molti pazienti si sono diretti in altri ospedali, gran parte dei medici e degli infermieri ha cercato lavoro altrove e il presidio si è avviato ad un lento e inesorabile declino.

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Oggi la direzione della struttura è affidata a Fu Jianghua, che vi ha lavorato come medico dal 1983 e che, per farla sopravvivere in modo decoroso, l’ha trasformata in una residenza aperta ai pochi degenti rimasti e alle loro famiglie, offrendo cure a basso costo a persone che, altrimenti, sarebbero tagliate fuori dal sistema sanitario cinese e permettendo ai malati di essere sostenuti dai propri cari nella parte finale della propria esistenza.

I pazienti attualmente ricoverati sono poco più di trenta, tutti senza prospettive di guarigione e di età compresa tra i 73 e gli 87 anni: persone che per anni hanno lavorato in miniera, spesso ignare dei rischi che correvano e dotate di equipaggiature inadeguate a garantire la loro sicurezza. Con loro vivono alcuni membri delle loro famiglie, che pagano circa 6 yuan (poco più di un euro) a notte per risiedere nell’ex ospedale.

Grazie all’idea di aprire le porte alle famiglie, il vecchio ospedale è diventato una sorta di piccolo villaggio autosufficiente, in cui i familiari dei degenti coltivano la terra, producono ciò di cui si cibano e preparano i pasti per i propri cari, mentre i pazienti ricevono cure mediche a cui altrimenti non avrebbero accesso e continuano, nonostante la malattia, ad avere una vita sociale ed affettiva e a sentirsi parte di una comunità.

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La cronica carenza di fondi ha fatto sì che la struttura diventasse via via sempre più squallida e fatiscente: i macchinari sono ormai datati e ci sono a malapena le risorse per ripararli o fare manutenzione; qua e là ci sono finestre rotte e stanze abbandonate e la sala operatoria, inutilizzata da anni, è diventata preda di vegetazione ed erbacce. Tuttavia, per la maggior parte dei pazienti che vi sono ricoverati, l'ospedale di Yangyia, per quanto vecchio e inadeguato, rappresenta l'unica alternativa all'abbandono.

Il direttore Fu Jianghua si chiede per quanto tempo ancora il presidio potrà rimanere in piedi: ogni anno potrebbe essere l’ultimo, se le autorità non interverranno per far sì che i fondi siano sufficienti a garantire la dovuta assistenza agli ultimi degenti rimasti, a cui non può essere negato il diritto alle cure. Una preoccupazione, la sua, che non possiamo non condividere e rilanciare.

Lisa Vagnozzi
Photo Credits

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