Milioni di tonnellate di pesci pescati gettati in mare morti, lo scandalo nascosto degli scarti ittici sprecati

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Scaricato in mare, perso sulla terraferma o lasciato a marcire in negozi e frigoriferi, il pescato globale viene sprecato come mai prima d’ora, danneggiando non solo gli oceani ma l’alimentazione di miliardi di persone. Secondo il WWF, il 92% degli scarti di pesca registrati in Unione europea provengono dalla “pesca a strascico”. Cosa si può fare per invertire la rotta?

Era solo febbraio scorso quando un peschereccio di proprietà olandese rilasciò in mare un’enorme quantità di melù, una sottospecie di merluzzo, creando un tappeto galleggiante di carcasse. I proprietari della nave parlarono di una rete difettosa, mentre i gruppi ambientalisti affermarono poi che il pesce era stato scaricato intenzionalmente.

Dov’è la verità? Dove sta la realtà in mezzo a questa pesca senza fine, illegale e insostenibile, nei nostri mari? Qualcosa – di fronte a questi numeri così elevati – deve essere pur perduto e sprecato.

Secondo il WWF, il 31 % degli stock ittici globali è sfruttato al di sopra del livello di sostenibilità e il 61% sfruttato a pieno regime. Le condizioni degli stock ittici globali sono rese ancor più gravi da pratiche di pesca non sostenibili, che comportano inevitabilmente la distruzione di habitat e la cattura accidentale di specie minacciate e di specie target (le specie di maggiore interesse commerciale).

La pesca illegale è una minaccia dilagante per gli stock ittici mondiali e per le comunità che ne dipendono. Ogni anno, in tutto il mondo, vengono pescate illegalmente tra 11 e 26 tonnellate di pesce con perdite annuali totali tra i 10 e i 23,5 miliardi di dollari.

I numeri

In più, sempre secondo i dati del WWF, nel 2019 almeno ben 230mila tonnellate di pesce sono state scaricate nelle acque europee. La maggior parte dei rifiuti, il 92%, è legata alla pesca a strascico, un metodo di pesca che raschia letteralmente il fondo del mare, raccogliendo indiscriminatamente tutto ciò che incontra.

Ma questa è solo una piccolissima cifra di un problema globale ancora più grande. La FAO stima che il 35% di tutti i pesci, crostacei e molluschi raccolti da oceani, laghi e allevamenti ittici vada sprecato o perso prima di raggiungere le nostre tavole. I pesci sono di fatto altamente deperibili e fragili, il che li rende ancora più vulnerabili. In più, le popolazioni ittiche sono già largamente minacciate non solo dalla pesca eccessiva, ma anche dall’inquinamento e dalla crisi climatica.

pesca

©The Guardian

A tutto ciò si aggiunge il fatto che poco meno della metà di tutto il pesce consumato dalle persone viene pescato in mare aperto:

Il 34% degli stock marini globali è ora sovrasfruttato – dice al The Guardian Pete Pearson, direttore senior per i rifiuti alimentari del WWF. Anche le catture accessorie (pesce indesiderato catturato involontariamente) sono un problema crescente: circa il 10% dei pesci catturati in natura viene scartato ogni anno in tutto il mondo, pari a 8,6 milioni di tonnellate di animali. I principali colpevoli sono gli attrezzi da pesca imprecisi e le politiche che consentono ai pescatori di scartare specie non target.

C’è un preciso disegno economico dietro tutto questo?

Certo che sì.

Sebbene le sovvenzioni siano state storicamente concepite per sostenere i pescatori su piccola scala, oggi l’80% dei 35,4 miliardi di dollari di sussidi annuali per la pesca va a una manciata di flotte industriali. Questi includono giganteschi pescherecci a strascico che sono equipaggiati in modo solo per viaggiare in alto mare e pescare troppo, portando a rigetti su scala industriale.

Anche l’impatto della pesca illegale e non dichiarata è importante, poiché probabilmente contribuisce con tonnellate di catture accessorie allo spreco globale di pesce.

Cibo per 3 miliardi di persone

Lo spreco di pesce è qualcosa che va al di là della semplice perdita fisica di pesce: per i 3 miliardi di persone la cui dieta dipende dal pesce, è un’opportunità nutritiva perduta.

La narrativa è che dobbiamo produrre di più per sfamare le masse in crescita, ma il modo migliore per [aumentare] l’offerta sarebbe ridurre le perdite e gli sprechi – afferma Shakuntala Thilsted, leader globale per la nutrizione e la salute pubblica al World Fish e vincitore del Premio Mondiale dell’Alimentazione 2021.

I rifiuti di pesce continuano dopo la raccolta, anche se il modo in cui si sviluppa varia a seconda della posizione. La FAO stima che il 27% di tutto il pesce nel mondo vada perso o sprecato dopo lo sbarco, ma nei Paesi a basso reddito è più probabile che il pesce venga perso involontariamente.

Secondo uno studio, infatti, in Paesi come Ghana, Burkina Faso e Togo, il 65% del pesce perso a terra era attribuibile a una cattiva manipolazione, alla mancanza di strutture di stoccaggio e di raffreddamento sui pescherecci e perdite lungo la lunga catena di approvvigionamento. Tutto ciò a fronte del fatto che in Nord America, Oceania ed Europa, i rifiuti ittici consumati superano di gran lunga quelli di qualsiasi altra regione del mondo.

Pearson ritiene che i rivenditori negli Stati Uniti contribuiscano in parte al problema dando la priorità al pesce fresco e di grandi dimensioni da vendere e quando i rivenditori danno la priorità al pesce fresco, “l’effetto a catena è che i consumatori hanno maggiori probabilità di sprecarlo nelle loro case“.

E se il pesce lo congelassimo?

Effettivamente, ci sono soluzioni per ridurre il deterioramento del pesce lungo la catena di approvvigionamento. L’aumento dell’accesso alle tecnologie della catena del freddo nei Paesi a basso reddito, insieme a metodi come le tende di essiccazione a energia solare, potrebbe prolungare la durata di conservazione del pesce.

Così come anche i pescatori e i trasformatori avrebbero bisogno di una formazione su una migliore manipolazione e conservazione del pesce per limitare le perdite e i pescatori dovrebbero essere dotati di attrezzi per la pesca più selettivi.

Alla fine – conclude Pearson – dovremmo incoraggiare più persone a optare per il pesce congelato, che potrebbe ridurre la domanda di pesce fresco nei negozi di alimentari e limitare la quantità che viene persa nei negozi e nelle case delle persone.

Per generazioni abbiamo creduto che l’oceano sia enorme e che da esso possiamo semplicemente prendere quello che vogliamo. Non è così. Non lo è mai stato.

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Fonti: WWF / FAO / The Guardian

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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