Prima il Covid, ora il vaiolo delle scimmie: impareremo mai che le malattie zoonotiche le scateniamo noi?

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Quando impareremo? Ora che il vaiolo delle scimmie è stato riscontrato in Italia e in Canada, in Portogallo, e negli States, in Spagna e nel Regno Unito, dovremmo un attimo fermarci a pensare: la nostra relazione (tossica) con gli animali si sta trasformando in un autentico disastro. Se continuiamo a usare e abusare degli animali, rischiamo di innescare un’altra pandemia globale

Esattamente come la Sars, l’influenza suina e il Covid-19, il vaiolo delle scimmie è una malattia zoonotica che ha colpito gli esseri umani arrivando da altre specie di esseri viventi. Ciò è accaduto con tre quarti delle malattie infettive recentemente emerse. E la colpa di chi è?

Il virus del vaiolo delle scimmie è stato analizzato per la prima volta al di fuori dell’Africa nel 2003, quando si diffuse negli esseri umani in almeno sei Stati degli Stati Uniti, da animali esotici esportati per essere tenuti come animali domestici.

Da allora non si è fermato più e, anzi, nell’attuale focolaio, stiamo assistendo alla trasmissione da uomo a uomo in diversi continenti. Il virus ha un periodo di incubazione fino a 21 giorni dopo l’infezione e i sintomi possono essere gravi (Leggi qui i sintomi del vaiolo delle scimmie). Può causare migliaia di lesioni su tutto il corpo e in Africa ha ucciso fino a un essere umano su 10 infetti.

Tutto questo è un segnale? Sì, certo. È il segnale che tutto sta capitolando, che tutto dipende da noi, da come trattiamo animali e ambiente. Non possiamo fare più finta di niente: è tempo di accettare che strappare gli animali dai loro habitat, confinarli in gabbie sporche ammassati gli uni sugli altri, ucciderli e mangiarli, porterà a sempre malattie zoonotiche.

Il vaiolo delle scimmie non sarà probabilmente l’ultimo perché oramai è assodato me la questione rimane nell’ombra: queste malattie hanno anche mutazioni imprevedibili ed esiti potenzialmente mortali. E se tanto volte ci è andata “bene”, potremo un giorno non essere scientificamente più in grado di affrontarle.

Lo specismo

Fin quando penseremo agli animali come merci, saremo soggetti a pandemie sempre più mortali. Cosa vuol dire? Che ogni persona che mangia o indossa prodotti di origine animale ha un ruolo in tutto questo. La radice del problema risiede in una visione del mondo che considera gli altri animali inferiori. È il cosiddetto “specismo”, un autentico pregiudizio che ha portato all’uso degli animali per cibo, esperimenti, vestiti, mobili e cosmesi.

Il nostro trattamento degli animali ci si sta rivoltando contro e questi focolai mortali di malattie sono il risultato della nostra insistenza nell’abusarne.

La crisi climatica

A comportare la diffusione di migliaia di nuovi virus tra le specie animali sarà anche il cambiamento climatico, che entro il 2070 aumenterà il rischio di malattie infettive emergenti che salteranno dagli animali all’uomo.

Lo dice un nuovo studio pubblicato su Nature che mostra come i cambiamenti climatici stiano portando molte specie che non si sono mai incontrate a “convivere” tra loro, favorendo così il diffondersi di virus che potrebbero attaccare presto anche l’uomo.

Poiché le temperature continuano ad aumentare, i ricercatori prevedono in particolare che gli animali selvatici saranno costretti a trasferire i loro habitat, probabilmente in regioni con una grande popolazione umana, aumentando drasticamente il rischio di un salto virale per gli esseri umani che potrebbe portare a prossime pandemie. Altri spillover sono purtroppo in agguato.

QUI trovi lo studio completo.

Allora, cosa si può fare?

Ognuno di noi può decidere cosa mettere o non mettere nel piatto, quali vestiti indossare, quali arredi scegliere quali articoli per l’igiene comprar. Finché le persone continueranno a utilizzare e maltrattare gli animali, corriamo il rischio di innescare focolai di malattie e pandemie per le quali non esisteranno nemmeno più vaccini efficaci.

Un circolo vizioso che solo noi possiamo bloccare.

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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