Lo shark finning e l’ecatombe degli squali: ecco la foto vincitrice del POYi

Un uomo, di cui si vedono a mala pena gli occhi e gli scuri capelli, trascina il corpo di uno squalo al mercato in Aden, nello Yemen, Paese in cui Yuri Kozyrev collabora come fotoreporter per la rivista ‘Time’. Con questo scatto l’artista russo si è guadagnato il primo premio come miglior fotografo dell’anno al Picture of the Year International (POYi) contest, organizzato fin dal 1944 dal Donald W. Reynolds Journalism Institute della Missouri School of Journalism, una delle più prestigiose scuole di foto-giornalismo al mondo

L’immagine è molto significativa e rimanda subito (e in maniera cruenta) alla destinazione di questi maestosi animali, tristemente ricercati per la loro carne e, soprattutto, per le loro pinne. Ne è un esempio evidente la “zuppa di pinne di squalo”, uno dei piatti più famosi e apprezzati in Cina, sin dai tempi della dinastia Ming. Peccato che, per essere realizzata, richieda l’asportazione delle pinne dello squalo, il cosiddetto “finning”, ovvero “spinnamento”. Si tratta di una pratica della pesca dello squalo con immediata asportazione delle pinne e conseguente scaricamento a mare dell’animale così orrendamente menomato, proibita in Europa dal 2003, ma che in realtà l’UE continua a derogare, come spiega l’eurodeputato Andrea Zanoni.

Coloro che praticano questa pesca, insomma, preferiscono riempire le loro navi di sole pinne o con altri pesci di maggior valore, come tonni o pesce spada, piuttosto che con i corpi degli squali, che vengono spesso ributtati in mare dopo il “trattamento”. Con una speranza di sopravvivere praticamente nulla. Molto probabilmente, infatti, finiranno mangiati da altri pesci, attirati dal sangue che sgorga copioso dalle sue ferite, spiega Sea Sheperd, l’associazione ambientalista degli eco-pirati.

Ma se pensate che il consumo di squali riguardi solo posti esotici e lontani, beh, vi sbagliate di grosso. Quando noi italiani compriamo o ordiniamo al ristorante verdesca, smeriglio, spinarolo, palombo, gattuccio, mako, in realtà stiamo ordinando sempre la stessa cosa: carne di squalo. L’Italia risulta essere, infatti, il quarto maggior importatore di prodotti di squalo al mondo, dopo Spagna, Corea e Hong Kong, nonché la maggior consumatrice europea. Secondo la Shark Alliance, una coalizione di ONG che si occupano della tutela degli squali, solo lo scorso anno l’Italia ha importato più di 13mila tonnellate di prodotti di squalo. A questi dati devastanti, c’è da aggiungere che la pesca mirata agli squali non è soggetta a limiti di catture.

Il risultato? Facile a dirsi: per alcune specie tutto ciò significa estinzione sempre più prossima. Basti considerare che negli ultimi 50 anni, per esempio, il numero di specie presenti in Adriatico e nel Golfo di Lione si è dimezzato, mentre le popolazioni di squalo volpe, squalo martello, smeriglio, mako e verdesca hanno subito un calo del 98%. Come sempre, la sensibilità pubblica e la responsabilità civile giocano un ruolo essenziale per prendere coscienza della situazione. Forse una stupenda foto come questa avrà il potere di ricordare quanto sia necessario porre fine all’ennesima barbarie dell’uomo.

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