Così Unilever “si impegna” con la plastica, bruciandola e spostando le discariche dalla terra al cielo

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin

Giganti come Unilever stanno finanziando progetti per inviare rifiuti di plastica ai cementifici, dove vengono bruciati come energia.

I giganti dei beni di consumo stanno finanziando progetti per inviare rifiuti di plastica ai cementifici, dove vengono bruciati come energia a basso costo. La stanno facendo passare come una pratica volta a tenere la plastica fuori dalle discariche e utilizzare meno combustibili fossili, ma non potrà fare altro che peggiorare la qualità dell’aria

Lo rivela per la prima volta Reuters, che parte da una scena inquietante: una discarica alla periferia della capitale indonesiana, dove un autentico sciame di escavatori si abbatte su montagne puzzolenti di immondizia. Sono macchine che stanno dissotterrando rifiuti per fornire carburante che andrà poi ad alimentare un vicino cementificio. Pluriball, contenitori da asporto e buste della spesa monouso sono diventati una delle fonti di energia in più rapida crescita per l’industria mondiale del cemento.

Un progetto, quello indonesiano, finanziato in parte da Unilever PLC, produttore del sapone Dove e della maionese Hellmann, che fa parte della strategia delle multinazionali di bruciare più rifiuti di plastica nei forni da cemento.

Leggi anche: Coca-Cola, Pepsi e Unilever: le aziende che producono più plastica nel mondo. E una di queste è sponsor della Cop26

Questo “carburante” non è solo economico e abbondante – scrive Reuters – ma è il fulcro di una partnership tra giganti dei prodotti di consumo e aziende del cemento volta a lucidare le loro credenziali ambientali. Stanno promuovendo questo approccio come una vittoria per un pianeta soffocato dai rifiuti di plastica. La conversione della plastica in energia, sostengono queste aziende, la tiene fuori dalle discariche e dagli oceani, consentendo allo stesso tempo ai cementifici di allontanarsi dal carbone che brucia, uno dei principali responsabili del riscaldamento globale.

Reuters ha identificato nove collaborazioni avviate negli ultimi due anni tra varie combinazioni di colossi dei beni di consumo e grandi produttori di cemento. Ad essere coinvolte sono quattro principali fonti di imballaggi in plastica: The Coca-Cola Company, Unilever, Nestle S.A. e Colgate-Palmolive Company. Dal lato del cemento degli accordi, altri quattro principali produttori: lo svizzero Holcim Group, il messicano Cemex SAB de CV, PT Solusi Bangun Indonesia Tbk (SBI) e Republic Cement & Building Material Inc, una società nelle Filippine.

Questi progetti abbracciano diversi Paesi del Terzo mondo, dal Costa Rica alle Filippine, da El Salvador all’India. In Indonesia, ad esempio, Unilever sta collaborando con SBI, uno dei maggiori produttori di cemento del Paese. Le alleanze arrivano mentre l’industria del cemento – la fonte del 7% delle emissioni mondiali di anidride carbonica – affronta una crescente pressione per ridurre i gas serra.

I marchi di consumo, nel frattempo, devono fare i conti con le legislazioni sempre più stringenti che vietano o tasso gli imballaggi in plastica monouso. Costringendo i grandi marchi a spendere soldi per le sopperire ai costi di bonifica.

Ovviamente c’è poco di verde nel bruciare la plastica, che è derivata dal petrolio, per farne il cemento, eppure i cementifici hanno avuto da replicare. 

Axel Pieters, amministratore delegato di Geocycle, uno dei più grandi produttori di cemento al mondo e partner di Nestlé, Unilever e Coca-Cola in iniziative di plastica-carburante, ha spiegato a Reuters che bruciare la plastica nei forni da cemento sarebbe una soluzione sicura, economica e pratica e consente di smaltire in maniera rapida enormi volumi di questa spazzatura (meno del 10% di tutta la plastica mai prodotta è stata riciclata).

Pensando che ricicliamo solo rifiuti e che dovremmo evitare i rifiuti di plastica, allora puoi citarmi su questo: le persone credono nelle favole, dice Pieters.

Coca-Cola, Unilever, Colgate e Nestlé non hanno risposto alle domande sugli impatti ambientali e sulla salute della combustione della plastica nei forni da cemento e anzi hanno affermato di investire in varie iniziative per ridurre i rifiuti, tra cui l’aumento del contenuto riciclato nei loro imballaggi e la realizzazione di contenitori riutilizzabili.

Secondo uno studio pubblicato l’anno scorso dal Pew Charitable Trusts, i rifiuti di plastica che fluiscono negli oceani dovrebbero triplicare fino a raggiungere i 29 milioni di tonnellate all’anno entro il 2040. Questi detriti stanno mettendo in pericolo la fauna selvatica e contaminando i frutti di mare consumati dagli umani.

L’industria del cemento è sicuramente una soluzione, sostiene Pieters di Geocycle.

A noi sembra soltanto che si stiano spostando le discariche dalla terra al cielo.

Seguici su Telegram | Instagram Facebook | TikTok | Youtube

Fonte: Reuters

Leggi anche:

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin
Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

Iscriviti alla newsletter settimanale

Riceverai via mail le notizie su sostenibilità, alimentazione e benessere naturale, green living e turismo sostenibile dalla testata online più letta in Italia su questi temi.

Seguici su Instagram
Seguici su Facebook