30 anni fa quasi 29mila paperelle e altri animali giocattolo furono dispersi nel Pacifico: il leggendario viaggio (e il disastro ambientale)

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Il 10.01.1992 quasi 29mila animali di plastica finirono nel Pacifico a causa di un incidente navale. E fu un terribile disastro ambientale

No, non fu affatto divertente: il 10 gennaio 1992 quasi 29mila paperelle di gomma e altri animali giocattolo chiamati Friendly Floatees finirono nel Pacifico a causa di un incidente navale. E fu un terribile disastro ambientale. Tanto che oggi, dopo 30 anni, non possiamo sapere dove sono (ma sappiamo che continuano a inquinare i nostri oceani).

La vicenda purtroppo non fa ridere per niente ed è stata raccontata molto bene dallo scrittore americano Donovan Hohn, prima in un lungo articolo pubblicato nel 2007 sulla rivista Harper’s Magazine, poi dopo due anni di ricerche in un libro uscito nel 2011, Moby-Duck: The True Story of 28,800 Bath Toys Lost at Sea. Un disastro ambientale, purtroppo nient’altro.

Cosa è accaduto il 10 gennaio 1992

Una nave cargo, probabilmente a causa di una tempesta, si inclinò a tal punto da perdere parte del suo carico, ovvero alcuni container, uno dei quali conteneva appunto animali, tra cui paperelle di gomma, destinati al mercato statunitense e pensati per far giocare i bambini durante il bagnetto.

Sappiamo esattamente dove è avvenuta la fuoriuscita: 44,7°N, 178,1°E. Conosciamo il giorno, il 10 gennaio 1992, ma non l’ora […] – si legge nell’articolo di Hohn – Conosciamo i porti da cui salpò (Hong Kong) e verso cui era diretto (Tacoma). Sappiamo che, nonostante la sua imponenza, scossa da onde di quaranta piedi, la colossale nave, un magazzino galleggiante del peso di 50.000 tonnellate di portata lorda o più e alimentato da un motore diesel delle dimensioni di un fienile, si sarebbe inclinato

La nave si chiamava Ever Laurel, portava tantissimi container e uno di questi, purtroppo finito nel Pacifico, trasportava 7.200 confezioni ciascuna delle quali contenente una paperella gialla, un castoro rosso, una tartaruga azzurra e una ranocchia verde.

Conclusione: 28.800 animali di gomma e plastica, inquinanti, si sono riversati nel Pacifico, iniziando a “viaggiare”. E no, non fa ridere, fu un disastro. Perché sono finiti negli oceani, sommandosi alla marea di plastica “immortale” che si sta accumulando nelle nostre acque. E che ha contribuito alla formazione delle famigerate “isole di plastica”, purtroppo in crescendo sia in numero che in ammontare di materiale inquinante.

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Un disastro che ha mostrato la potenza della natura (e come noi possiamo distruggerla)

Come spiega un documentario della BBC, l’incidente ha permesso a scienziati come Curtis Ebbesmeyer di ottenere informazioni sul mondo nascosto delle correnti oceaniche. Nel corso degli anni, le anatre si sono infatti riversate in diversi continenti, rivelando una rete mondiale di correnti fino a quel momento sconosciuta.

Tutto ciò ha portato a una maggiore comprensione di come tutti i nostri mari sono collegati. Alcuni oggetti sono infatti andati a sud in Australia e altri hanno persino attraversato il ghiaccio artico tramite lo Stretto di Bering, per spuntare nell’Atlantico anni dopo. Uno è arrivato in Scozia e si pensa che oggi ne rimangano almeno altri 2.000 che girano a spirale in correnti circolari chiamate gyres, a volte approdando, ancora, sulle coste dall’Alaska e in Giappone.

Tutto questo ci dice che tutti gli oceani del mondo sono in realtà un unico grande sistema connesso. Sapendo che la plastica persiste per molto tempo (alcuni stimano almeno 500 anni), questo disastro ci dice anche che siamo collegati ovunque e che un pezzo di plastica caduto sulla costa potrebbe finire a migliaia di chilometri di distanza nelle parti più remote del nostro pianeta, per devastare potenzialmente tutti i mari della Terra.

Non sappiamo tuttora dove sono le paperelle e gli altri animali giocattolo (e non possiamo prevederlo)

Quattro matematici spagnoli hanno dimostrato in tutto ciò come fosse impossibile prevedere con precisione dove sarebbero finiti gli oggetti. Infatti questi si sono riversati in un fluido le cui equazioni che ne descrivono il moto non sono così semplici (equazioni di Navier – Stokes), e che, anzi, non sono nemmeno sufficienti vista la complessità del problema.

In particolare gli scienziati sono riusciti a progettare per la prima volta una macchina idrodinamica astratta, che cerca di ricostruire il percorso di un fluido (e quindi indirettamente come si sposterebbe un oggetto che lo “segue”), prendendo come input un punto nello spazio e offrendo come risultato il punto in cui si è spostato il liquido.

Siamo i primi a dimostrare che non si può prevedere dove andranno le paperelle di gomma, supponendo che si muovano in tre dimensioni – spiega a El Pais Eva Miranda, coautrice del lavoro – È come se lanciassi un messaggio in una bottiglia in mare. Seguirà una traiettoria e dopo un periodo di tempo finirà da qualche altra parte. Quello che abbiamo dimostrato è che non possiamo prevedere dove andrà a finire, quindi meglio mandare un messaggio su Whatsapp

In altre parole i risultati della macchina sviluppata dai matematici spagnoli (pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America) forniscono la prova che il comportamento turbolento dei fluidi è un problema “indefinibile”: la matematica non riesce a risolverlo. E quindi il disastro della paperelle non solo fu, appunto, un disastro, ma anche non arginabile.

Dopo 30 anni l’incidente della nave cargo Ever Given

ever given incagliata nome

©ANSAFoto

Per anni l’identità della nave è stata un segreto ben custodito – scrive Donovan Hohn sul libro Moby-Duck: The True Story of 28,800 Bath Toys Lost at Sea (e che si legge in un estratto pubblicato su The Guardian) – ma consultando vecchi programmi di spedizione pubblicati sul Journal of Commerce e conservati su bobine graffiate nel seminterrato di una biblioteca, io, tramite un procedimento per esclusione, ho risolto questo enigma: la nave era la Evergreen Ever Laurel, di proprietà di una società greca chiamata Technomar Shipping e gestita dalla taiwanese Evergreen Marine Corp

Nomi che ci “ricordano qualcosa”.

È il 24 marzo 2021, una nave cargo enorme si incaglia per avverse condizioni meteo, bloccando il Canale di Suez. L’imbarcazione si chiama Ever Given, di proprietà di proprietà della Evergreen Marine Corp, una compagnia di trasporti e spedizioni di container taiwanese che attualmente possiede 39 navi.

Dopo una serie di tentativi falliti durati quasi una settimana la nave iniziava finalmente a muoversi. Il blocco dell’imbarcazione aveva però provocato una serie di imponenti danni economici, ma anche ambientali di cui si è parlato meno.

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Infatti, innanzitutto alcune compagnie ordinarono alle loro imbarcazioni di proseguire la rotta circumnavigando l’Africa, con evidenti ripercussioni ambientali dovuti ai trasporti. Inoltre più di 200 navi sono rimaste bloccate nel Mar Rosso, danneggiando gli ecosistemi locali.

E, per liberare il canale, si sono prima svuotati i contenenti l’acqua di zavorra e quelli del carburante, nonché una parte dei 20.000 container che erano bordo del cargo.

Disastri che si ripetono, per motivi simili e non sappiamo se prevedibili, ma che, come sempre, paga il nostro Pianeta.

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Fonti: Harpers magazine / BBC / El Pais / Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America / The Guardian / Audiopedia/Youtube

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.

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