I nativi canadesi finiscono in tribunale per aver difeso le loro terre ancestrali dal gasdotto

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In Canada un gruppo di indigeni della Nazione Wet'suwet'en sono stati arrestati per aver protestato a difesa delle loro terre ancestrali. Una situazione assurda e inaccettabile denunciata anche da Amnesty International

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Da tempo i nativi del Canada stanno portando avanti una coraggiosa battaglia a difesa dei loro diritti e delle terre ancestrali Wet’suwet’en (nella Columbia Britannica), luogo che dovrebbe essere interessato dal passaggio del controverso Coastal Gaslink. Il progetto della compagnia TransCanada prevede la costruzione di un gigantesco gasdotto lungo circa 700 km, un vero e proprio mostro contro cui si oppongono fermamente le comunità native.

Ma invece di essere ascoltati o tutelati, gli abitanti delle terre ancestrali finiscono in tribunale. È, infatti, già la terza volta in tre anni che la polizia Royal Canadian Mounted Police arresta chi protesta e difende il territorio dal progetto che mette a rischio interi ecosistemi.

L’ultimo maxi arresto risale allo scorso novembre, quando sono finite in manette 29 attivisti indigeni e giornalisti che manifestavano pacificamente contro la perforazione sotto fiume Morice, che rappresenta una delle principali fonti di acqua potabile per le comunità del territorio e luogo di riproduzione del salmone selvatico (in pericolo di estinzione). I manifestanti sono stati portati via dalle forze dell’ordine e dovranno comparire in tribunale tra circa un mese.

Le voci delle comunità indigene ripetutamente soffocate

Per diverse associazioni internazionali che si occupano di tutela dei diritti umani, tra cui Amnesty International, ciò che sta accadendo in Canada è inaccettabile e gravissimo.

I capi ereditari Wet’suwet’en – le autorità tradizionali della nazione – non hanno mai acconsentito al progetto del gasdotto Coastal Gaslink, ma le autorità canadesi hanno ignorato il loro diritto all’autodeterminazione e hanno permesso al progetto di procedere senza il loro consenso. A settembre hanno espresso la loro opposizione ai piani della compagnia di perforare sotto il fiume. Oltre alla violazione dei loro diritti che è avvenuta ed è in corso, sono preoccupati per i rischi che il gasdotto può causare a livello economico, sociale, culturale, oltre che all’ambiente e alla loro salute.

Anche il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD) già nel 2019 aveva valutato in maniera negativa l’atteggiamento delle autorità canadesi.

Il Comitato si è opposto alle decisioni governative, esortando il Canada a:

  • interrompere immediatamente la costruzione e sospendere tutti i permessi e le approvazioni per la costruzione del gasdotto Coastal Gas Link nelle terre del popolo Wet’suwet’en senza il consenso libero, preventivo e informato (FPIC)
  • cessare subito lo sgombero forzato dei popoli Wet’suwet’en
  • garantire che non verrà usata la forza sui popoli Wet’suwet’en
  • ritirare la Royal Canadian Mounted Police e servizi di sicurezza dalle terre ancestrali

Ma tutti questi appelli sono rimasti inascoltati. Anzi, negli ultimi mesi la tensione è andata ad aumentare. In realtà il primo ministro canadese  Justin Trudeau e il premier della Columbia Britannica John Horgan si sono entrambi impegnati a difendere i diritti dei popoli indigeni con la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (UNDRIP), eppure stanno continuando ad ignorare le loro voci. Ma i nativi canadesi non si fermeranno. E non si fanno intimorire né dalle forze dell’ordine né dalle bufere di neve.

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Fonti: Amensty International/Peace Brigades International – Canada

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe

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