Microplastiche: trovata la “plastica mancante”, è finita nelle profondità oceaniche

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Negli abissi dell'Oceano Atlantico si trovano una miriade di microplastiche, che finora erano sfuggite alle stime degli scienziati

Dove vanno a finire le microplastiche? Nei mari, nei fiumi, nei campi in cui coltiviamo il cibo in cui ci nutriamo e non solo. Queste particelle inquinanti finiscono per depositarsi persino negli abissi oceanici. Era già noto agli studiosi che circa 51 trilioni di microplastiche galleggiano nelle acque degli oceani di tutto il mondo. Ma pochi studi si sono finora soffermati su quelle che finiscono sul fondo dei mari.

E una recente ricerca, condotta dalla Florida Florida Atlantic University, è la prima a svelare la massiccia presenza di queste particelle deleterie per l’ambiente nelle profondità dell’Oceano Atlantico meridionale. Questa quantità di microplastiche depositate nell’oceano finora erano completamente (o quasi) sfuggite alle stime degli esperti e quindi la loro pericolosità è stata a lungo sottovalutata.

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I dettagli della ricerca

Nello specifico, il team di studiosi ha analizzato la colonna d’acqua interessata dal South Atlantic Subtropical Gyre, il vortice oceanico che si trova Africa e Sudamerica. E i dati raccolti sono inquietanti: i frammenti di plastica più piccoli (dalle dimensioni minori di 100 micrometri) sono in media 244,3 per ogni metro cubo di acqua, al contrario di quelle più grandi che sono presenti in minor quantità, ovvero circa 2,5 frammenti al metro cubo.

Le piccole microplastiche sono diverse dalle grandi microplastiche sia per la loro elevata abbondanza, la natura chimica, il modo in cui vengono trasportate, le fasi relative agli agenti atmosferici, le interazioni con gli ambienti ambientali, la biodisponibilità e l’efficienza di rilascio degli additivi plastici – spiega il ricercatore Shiye Zhao, principale autore dello studio –Queste caratteristiche distinte hanno un impatto sul loro destino ambientale e sui potenziali impatti sugli ecosistemi marini.

Particelle minuscole, ma altamente pericolose per l’ecosistema

I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica Global Change Biology, mostrano anche che le correnti oceaniche deboli contribuiscono alla formazione di depositi di microplastiche nelle profondità dell’oceano, compromettendo gli ecosistemi e finendo per essere ingerite dai pesci.

Man mano che le particelle di plastica si disintegrano in frazioni di dimensioni più piccole, possono diventare dannose in modi diversi e imprevedibili che solo ora iniziano a essere compresi” sottolinea Tracy Mincer, professore di biologia e co-autore della ricerca – Queste microplastiche di dimensioni micron possono spostarsi attraverso l’epitelio intestinale, rimanere intrappolate nella biomassa e rappresentano un rischio ecologico sconosciuto e impatti biogeochimici”.

Ma da dove provengono tutte queste particelle plastiche? Come spiegano gli studiosi, la gran parte dei frammenti deriva da resine alchidiche, utilizzate in molti rivestimenti commerciali a base di petrolio tra cui le vernici per le imbarcazioni, e dalla poliammide, comunemente impiegata nella realizzazione di tessuti per abiti e corde e reti da pesca. Questi polimeri costituiscono oltre del 65% del totale dei campioni raccolti.

“Il nostro studio evidenzia l’urgenza di una maggiore quantificazione delle microplastiche delle profondità oceaniche, in particolare della frazione di dimensioni più piccole, per comprendere meglio l’esposizione dell’ecosistema e prevedere il destino e gli impatti di queste particelle” concludono gli studiosi.

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Fonte: Florida Atlantic University

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe

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