I principali sponsor della Cop26 producono da soli 350 milioni di tonnellate di CO2

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Le 11 aziende selezionate come sponsor principali della COP26 hanno prodotto più inquinamento da gas serra a quello prodotto nel Regno Unito.

Le 11 aziende selezionate come “partner principali” della Cop26 hanno prodotto più inquinamento da gas serra a livello globale rispetto a quello prodotto in Italia o persino in tutto il Regno Unito

Alla COP26, la sponsorizzazione delle compagnie petrolifere come la Shell sono state rifiutate, e questo è stato certamente un segnale importante. Tuttavia, in un momento decisivo nella lotta ai cambiamenti climatici, sconcerta l’impatto ambientale prodotto da quelli che sono stati scelti come “i principali sponsor” della conferenza che riunisce quasi tutti i Paesi del mondo per i vertici globali sul clima.

Secondo l’analisi pubblicata su The Ferret, le 11 aziende selezionate come “principali partner” della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, hanno prodotto nel 2020 un’impronta di carbonio di quasi 350 milioni di tonnellate di CO2 superiore – secondo i dati ufficiali provvisori – a quelle prodotte in paesi come Italia, Francia, Spagna o persino tutto il Regno Unito.

Impatto ambientale degli sponsor della COP26

L’inchiesta pubblicata sulla piattaforma scozzese e sostenuta dallEuropean Climate Foundation, ha esaminato i rapporti annuali di sostenibilità di queste undici società multinazionali: Unilever, Microsoft, SSE, ScottishPower, Sky, Sainsbury’s, NatWest, National Grid, Hitachi, Reckitt e GlaxoSmithKline.

Per l’analisi, le emissioni sono state divise in tre categorie: le emissioni di scope uno e due, che includono i gas serra, e sono quelle prodotte direttamente dalle attività di un’azienda, come elettricità, edifici, veicoli o riscaldamento; e le emissioni di scope 3 che sono indirette e comprendono quelle dei beni e servizi acquistati, dei trasporti e dell’utilizzo dei prodotti aziendali. Quest’ultima è stata di gran lunga la categoria più grande per quanto riguarda le emissioni tra gli sponsor della COP26, responsabili dell’emissione di un totale di 270 milioni di tonnellate di gas serra nel 2020.

©The Ferret

Gli attivisti ambientali hanno definito indicibile e condannato questo impatto sul clima prodotto dai principali partner della conferenza sul clima, indicando allo stesso tempo che la COP26 non dovrebbe dare visibilità alle grandi aziende che prendono questi eventi come un’opportunità di marketing per mettersi una maschera verde quando, in realtà, fanno il minimo indispensabile per l’ambiente.

La COP26 dovrebbe riguardare la realizzazione delle vere azioni necessarie per affrontare il collasso climatico, invece è stata trasformata in una vetrina per il greenwashing della reputazione dei grandi inquinatori. Le grandi imprese usano il prestigio di sponsorizzare eventi come le conferenze sul clima delle Nazioni Unite per distrarre dal lato sporco su come fanno i loro soldi e per ottenere un accesso privilegiato con chi prende le decisioni”, ha affermato Mary Church, responsabile delle campagne di Friends of the Earth Scotland.

Un problema non solo di emissioni

principali finanziatori della COP26

©Cop26

Oltre alla loro impronta di carbonio, dobbiamo ricordare di come queste multinazionali sono state, o lo sono tutt’ora, implicate in una miriade di controversie, comprese non solo quelle relative all’ambiente, ma anche alle condizioni di lavoro e ai diritti umani. The Ferret ha realizzato un elenco includendo le dichiarazioni riguardo le proprie emissioni – tranne GSK e Sky che sono stati gli unici due sponsor a non rilasciarle – da parte di queste multinazionali:

Iberdrola: in testa alla classifica, il gigante energetico spagnolo società madre di ScottishPower, contribuisce con oltre 72,7 milioni di tonnellate di emissioni. Un’indagine pubblicata a febbraio 2021, ha rivelato come dal 2018 l’azienda ha aperto due grandi impianti di gas fossile in Messico. Al rispetto, la multinazionale sottolinea che durante la prima metà del 2021, l’80% della sua energia è stata prodotta da fonti rinnovabili e che l’azienda prevede di ridurre le proprie emissioni dirette e indirette, in linea con gli obiettivi fissati nell’Accordo di Parigi 2015.

Hitachi: nel marzo 2020, un think tank australiano ha nominato la multinazionale giapponese, seconda nella classifica degli sponsor inquinanti, tra una lunga lista di aziende che presumibilmente avevano fabbriche nella loro catena di approvvigionamento che utilizzavano il lavoro forzato mussulmano uiguro in Cina. Tuttavia, la società ha affermato che, dopo un’analisi interna degli stabilimenti, non ha trovato prove dell’uso di tale lavoro forzato.

Unilever: i suoi prodotti sono tra le principali fonti di rifiuti di plastica al mondo. Anche se sostiene che non faccia più parte della sua catena di fornitura, la società è stata condannata in passato per aver acquistato olio di palma da fornitori responsabili degli incendi indonesiani e aver distrutto l’ultimo tratto della foresta pluviale di Sumatra. Ora si è impegnata a eliminare la deforestazione dalla catena di approvvigionamento delle sue colture chiave entro il 2023 e rendere più sostenibili i suoi imballaggi entro il 2025.

Reckitt: anche questa multinazionale è stata criticata per la sua incapacità di eliminare gradualmente l’olio di palma insostenibile dai suoi prodotti. Basti pensare che l’anno scorso aveva come fornitore Wilmar International, il più grande produttore mondiale di olio di palma implicato in attività di deforestazione e presunte violazioni dei diritti umani da parte di Amnesty International. Reckitt ha affermato che il 75% delle sue emissioni del 2020 sono state causate dall’energia per gli elettrodomestici delle persone che utilizzano i loro prodotti. Inoltre, ha anche affermato di aver ridotto l’impronta di carbonio diretta delle sue fabbriche del 50% dal 2012.

National Grid: l’azienda elettrica e del gas che opera in Gran Bretagna e negli Stati Uniti ha prodotto quasi 36 milioni di tonnellate di gas serra nel 2020. National Grid assicura di aver raggiunto una riduzione del 68% dal 1990 e che il suo obiettivo è azzerare le sue emissioni entro il 2050.

Sainsbury’s: la catena di supermercati è stata l’unica degli undici sponsor a non pubblicare una ripartizione delle sue emissioni indirette per il 2020. Se questi fossero rimasti allo stesso livello dei suoi dati di riferimento 2018-19, la società avrebbe prodotto l’anno scorso oltre 27 milioni di tonnellate di emissioni. Ha dichiarato però di aver intrapreso dal 2019 azioni per ridurre queste emissioni e inizierà a comunicare le sue emissioni indirette aggiornate dal prossimo anno, ovvero dopo la COP26.

Microsoft: ha prodotto oltre 11 milioni di tonnellate di emissioni nel 2020. Tuttavia uno studio ha dimostrato che la sua partnership con il gigante petrolifero ExxonMobil per migliorare “l’efficienza operativa nel bacino del Permiano” ha la capacità di gonfiare le sue emissioni annuali del 21%. Inoltre, nonostante abbia una propria piattaforma di videoconferenza, è uno dei maggiori acquirenti di voli aziendali. Microsoft ha spiegato che sta incoraggiando i suoi dipendenti a tenere più riunioni su Teams e assicura di “lanciare un approccio alla sostenibilità a livello aziendale”.

SSE: l’azienda energetica scozzese è stata l’unica degli sponsor dell’elenco le cui emissioni dirette hanno superato quelle indirette. Questo in gran parte è dovuto alla sua centrale elettrica di Peterhead, catalogata nel 2020 come la più inquinante di Scozia. Da SSE affermano che l’impianto in questione fornisce un’importante stabilità per la rete elettrica scozzese, e che ciò consente di portare avanti più progetti di energia rinnovabile, quindi affermano che svolge un “ruolo nella transizione energetica”.

NatWest: secondo il suo rapporto di sostenibilità, ha prodotto nella classifica il minor numero di emissioni. Tuttavia, sfugge un dato decisamente importante: le emissioni causate dal suo investimento in combustibili fossili. Secondo una ricerca di Fossil Banks, Natwest ha investito 13,39 miliardi di dollari in progetti di combustibili fossili tra il 2016 e il 2020, inclusi quelli nella miniera di carbone di Cerrejón in Colombia, la più grande dell’America Latina, che dal 1976 ha causato la distruzione di interi villaggi indigeni.  Ora l’azienda afferma di aver adottato misure per ridurre i propri investimenti in settori esposti a “maggiori rischi legati al clima”.

GSK: l’azienda farmaceutica era contraria a uno schema proposto dall’OMS per condividere volontariamente tecnologia, conoscenze tecniche e proprietà intellettuale sui trattamenti Covid-19 per incoraggiare così lo sviluppo di vaccini nei paesi poveri. Gli attivisti hanno sottolineato che la disuguaglianza di accesso ai vaccini ha impedito ad alcuni delegati del sud del mondo di partecipare alla COP26.

Sky: l’azienda che opera nel settore di telecomunicazioni ha prodotto oltre due milioni di tonnellate di emissioni dirette e indirette nel 2020.

In questo momento alla COP26, si sta decidendo come affrontare la grande sfida mondiale sul clima. Vogliamo riprendere le parole di Scott Tully della Glasgow Calls Out Polluters:

L’ultima mossa dei grandi inquinatori è quella di promuovere furiosamente le loro credenziali verdi, ma affinché la COP26 abbia la possibilità di sostenere soluzioni reali, dobbiamo resistere a coloro che cercano di trasformare la crisi climatica in uno spettacolo aziendale collaterale “.

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Fonte: The Ferret

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Comunicatrice sociale specializzata in giornalismo ambientale e terzo settore, un master in Comunicazione Ambientale e uno in Innovazione Sociale. In greenMe ha trovato il suo habitat ideale.

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