Cop26, cosa prevede davvero l’accordo sul taglio delle emissioni di metano (che ignora gli allevamenti intensivi)

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COP26: 103 Paesi si sono impegnati a tagliare del 30% le emissioni di metano, ma l'accordo ignora la questione degli allevamenti intensivi

Ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030: è questo impegno che hanno assunto ieri circa 100 Paesi che stanno partecipando alla COP26. Un obiettivo ambizioso, ma forse soltanto apparentemente. Perché? L’accordo non fa alcun riferimento agli allevamenti intensivi. Eppure questi rappresentano una delle cause principali dell’inquinamento atmosferico ed è un fatto noto a tutti. 

Gli allevamenti intensivi  – da soli – sono responsabili del 14,5% delle emissioni totali di gas serra, sfruttano circa il 20% delle terre come pascolo e il 40% dei terreni coltivati per la produzione di mangimi, come rivela un report pubblicato nel 2021 dal WWF. E sono sempre di più gli studi che concordano sulle pesanti responsabilità attribuibili agli allevamenti intensivi. Anzi, una ricerca apparsa lo scorso giugno su Enviromental Research Letters rivela che questi dati sarebbero persino sottostimati. Negli Stati Uniti, ad esempio, sarebbero fino al 90% in più rispetto a quanto calcolato in precedenza, secondo un’analisi condotta dai ricercatori della New York University e della Johns Hopkins University.

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In poche parole: sono un problema spinoso ed enorme che non possiamo ignorare se vogliamo fare davvero la differenza per il Pianeta.

Cosa prevede il Global Methane Pledge (che ignora la questione degli allevamenti intensivi)

A guidare il Global Methane Pledge, a cui hanno aderito 103 Paesi del mondo, gli Stati Uniti e l’Unione europea. Gli Stati firmatari si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo collettivo di “ridurre le emissioni globali di metano di almeno il 30%, rispetto ai livelli del 2020, entro il 2030 e a muoversi verso l’utilizzo delle migliori metodologie disponibili per quantificare le emissioni”. L’accordo punta quindi a limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi. 

Ma nel dibattito sulla questione c’è un grande assente: gli allevamenti intensivi. Sembra quasi che i leader globali abbiano paura a nominarli per evitare di affrontare quella che è una vera e propria piaga per l’ambiente e soprattutto di fare i conti con le grandi lobby del settore agroalimentare, in forte espansione.

Negli ultimi 50 anni, infatti, la popolazione mondiale è raddoppiata e il consumo di carne triplicato. Si stima che la produzione mondiale di carne raddoppierà ancora entro il 2050. Una crescita che andrà ad impattare inevitabilmente sul clima.

Tuttavia, per i grandi della terra quello degli allevamenti intensivi al momento resta quasi un argomento tabù, nonostante prima dell’inizio dei lavori della COP26 diverse organizzazioni ambientaliste avevano chiesto a gran voce di portare sul tavolo del summit la questione per una serie di motivi molto seri. Gli allevamenti intensivi non sono soltanto causa di inquinamento atmosferico e deforestazione selvaggia, ma sono anche una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, da cui potrebbe aver origine un‘altra pandemia mondiale (e sono diversi gli esperti che mettono in guardia su questo pericolo).

L’ennesima occasione persa per il Pianeta

La verità è che il tanto decantato Global Methane Pledge è basato fondamentalmente sul nulla, eccetto sui soliti bla, bla, bla. Un accordo apparentemente ambizioso, ma che in realtà si è rivelata un’occasione persa (l’ennesima!) per il nostro Pianeta. 

Un impegno sul metano che non includa la riduzione delle emissioni di carne industriale e prodotti lattiero-caseari non è solo un’opportunità mancata, ma potrebbe persino incentivare più foreste, natura e allevamenti intensivi per la produzione di biogas dal letame – denuncia Anna Jones, responsabile delle foreste Greenpeace International – La riduzione di carne e latticini rappresenta una soluzione immediata per ridurre il metano a breve termine perché il metano si dissipa rapidamente. Ciò significa che le emissioni passate degli animali, in particolare delle mucche, smetteranno presto di riscaldare il Pianeta se quegli animali non vengono rimpiazzati. La rapida eliminazione della produzione industriale di carne ci aiuterebbe a guadagnare tempo prezioso. Le foreste e gli ecosistemi di vitale importanza come l’Amazzonia vengono distrutti per il bestiame e l’alimentazione animale.

Come sottolineato anche da Greenpeace UK, il vero freno d’emergenza è rappresentato dalla riduzione degli allevamenti intensivi. E se non lo azioniamo subito, tra qualche tempo potrebbe essere davvero troppo tardi. 

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Fonti: UE/Greenpeace UK

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe

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