GNL americano contro la crisi del gas russo, a chi conviene e a che prezzo?

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La politica energetica europea ad una svolta: stop alle importazioni dalla Russia e via libera al GNL dall'America. Ma a che prezzo? Cosa si nasconde dietro quella sigla?

Per ovviare al blocco dell’importazione del gas russo voluto dall’Unione Europea come sanzione alla Russia per aver invaso l’Ucraina, Bruxelles e Washington hanno annunciato da poco un accordo che prevede che gli Stati Uniti forniranno all’Europa il gas di cui altrimenti sarebbe a corto per alimentare le industrie ed il riscaldamento per il prossimo inverno.

L’accordo, annunciato a Bruxelles dal presidente USA Joe Biden e dalla presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, prevede che quest’anno arriveranno nella rete europea da oltreoceano 15 miliardi di metri cubi e 50 miliardi di metri entro il 2030.

Fino a praticamente oggi, infatti, l’Europa ha importato dalla Federazione Russa il 45% del proprio fabbisogno di gas, insieme alla stessa percentuale di carbone e al 25% di petrolio.

L’Italia ne è ancora più dipendente: compriamo addirittura il 95,7% del gas che ci serve dall’estero e, di questo, ben il 38,1% proviene dalla Russia che è stato sinora di gran lunga il nostro principale fornitore. Seguono Algeria (27,8%) e Qatar ed Azerbaijan (entrambe al 9,4%). In casa ne estraiamo pochissimo: il 4,3%.

La decisione di mettere al bando il gas di Mosca ha dunque un impatto molto considerevole sull’Italia, dal momento che il nostro paese, essendo anche uno dei più “metanizzati” d’Europa, ne è stato sinora particolarmente dipendente.

Cos’è il GNL?

Che cosa significa GNL? In queste ore abbiamo cominciato a familiarizzare con questa sigla che ai più risulta ancora oscura. GNL in italiano è l’acronimo di “gas naturale liquefatto” ed è sinonimo di LNG, altro acronimo correntemente utilizzato che è la versione internazionale in inglese che sintetizza la definizione “liquefied natural gas”. “Gas naturale” è invece il sinonimo, più tecnico, di quello che comunemente indichiamo come metano, cioè il suo componente principale.

Il metano viene liquefatto per una ragione molto semplice: rendere conveniente il suo trasporto, dunque l’export del gas verso paesi lontani non collegati con metanodotti. Il gas viene infatti trasportato principalmente in due maniere: o via terra attraverso i gasdotti (come nel caso del gas che proviene dalla Russia direttamente in Germani o altrove via Ucraina, oppure dall’Algeria e dall’Azerbaijan), oppure, se le distanze sono proibitive e quindi non è razionale costruire i gasdotti, via mare attraverso navi con enormi serbatoi chiamate “metaniere”.

La liquefazione del gas è un processo che permette di comprimere il metano ad un volume circa 600 volte inferiore attraverso il suo raffreddamento a -160° Celsius. In questo modo 600 kg di metano occuperanno un volume ed un peso pari a quello di 1 kg di metano.

Questo processo industriale coinvolge principalmente tre elementi: l’impianto di liquefazione, che raffredda e comprime il gas che riceve dalle condutture per poi rifornire le navi metaniere che lo trasporteranno; le navi metaniere che si occupano del trasporto (utilizzando per i propri motori una parte dello stesso gas che trasportano); i rigassificatori, cioè gli impianti che riconvertono il gas dalla forma liquida a quella gassosa, che sono collegati alla rete del gas che si occuperà della distribuzione sul territorio di destinazione.

I rigassificatori possono a loro volta essere collocati sulla costa (impianti “onshore”), in alto mare (impianti “offshore”), oppure essere presenti a bordo di grandi navi, le navi rigassificatrici. Perché i rigassificatori si trovano in mare? Perché il gas per essere immesso nella rete deve tornare allo stato gassoso, cioè riscaldato, e ciò avviene attraverso un scambio di calore con l’acqua di mare. Il freddo generato da quest’ultimo processo, invece di essere sprecato, può essere sfruttato per altri processi industriali, come la surgelazione di alimenti.

In Italia sono presenti tre rigassificatori. Per ridurre la dipendenza dal gas russo si stanno rispolverando progetti accantonati per ragioni ambientali, ma la la soluzione più rapida e flessibile sembra essere l’acquisizione di navi rigassificatrici.

La scalata del gas USA

Anche gli Stati Uniti da metà degli anni ’90 fino alla metà degli anni ’10 sono stati costretti ad importare il metano (principalmente dal Canada), perché la loro produzione era diventata largamente insufficiente a soddisfare la forte crescita della domanda interna dovuta principalmente alle necessità dell’industria e della produzione di energia elettrica: l’importazione di gas dal 1997 al 2007 passa infatti da quasi 2,2 miliardi di metri cubi addirittura a 22 miliardi, cioè si decuplica nel giro di dieci anni.

È da quel momento che l’America inizia a raccogliere i frutti delle ricerche di nuovi giacimenti e della messa a punto di metodi innovativi efficienti di estrazione avviati sin dalla metà degli anni ’70 sostenuti da forti investimenti pubblici.

Le importazioni scendono rapidamente e la produzione nazionale di gas e di petrolio (che spesso è presente nello stesso giacimento) esplode grazie al fracking e all’horizontal drilling, tecniche che consentono di sfruttare in maniera molto vantaggiosa i giacimenti di cui è ricca, ma anche grazie all’impennata dei prezzi sul mercato internazionale che inizia a rendere molto conveniente estrarre “in casa” petrolio e gas per poi venderlo ai paesi esteri. 

Nel 2015 la produzione è ormai cresciuta in maniera tanto impressionante che gli USA si trasformano da importatori ad esportatori di gas e nel 2021 conquistano il primato globale nella produzione di gas naturale e nell’esportazione di GNL proprio ai danni della Russia. 

Il GNL Made in USA è stata sinora una risorsa certamente molto controversa dal punto di vista ambientale ma anche dal punto di vista politico: molti indicano che lo shale gas americano trasformato in GNL non sia né la soluzione verso la decarbonizzazione della produzione del settore elettrico, né conveniente dal punto di vista economico per la UE, come spiegava nel 2014 lo studio del Centro ricerche del Parlamento Europeo “Unconventional gas and oil in North America. The impact of shale gas and tight oil on the US and Canadian economies and on global energy trade flows” (scaricabile da qui) già allora nell’ottica di un affrancamento dell’Unione dalla dipendenza dalla Russia. 

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Laureato in Comunicazione all'Università di Siena e giornalista dal 1995, ha un'esperienza pluriennale come redattore automotive. Ha lavorato per riviste, TV e testate online specializzate di diffusione nazionale. Su greenMe.it si occupa di mobilità sostenibile e auto ecologiche

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