Nucleare: per l’Europa è la via d’uscita (pure green) dalla crisi energetica, ma poi nessuno vuole le scorie radioattive

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La crisi energetica impone trovare una soluzione, a breve e lungo termine, per renderci indipendenti da altri Paesi e allo stesso tempo per abbandonare le fonti fossili, obsolete, inquinanti e di cui il nostro Continente non dispone. Il nucleare è dipinto come la salvezza (e pure green), ma esistono dei problemi di sicurezza, anche sullo stoccaggio delle scorie radioattive

Il nucleare è dipinto come la via di uscita alla crisi energetica per l’Europa che non dispone di fonti di energia fossile, le quali, comunque, vanno abbandonate al più presto perché inquinanti e ad esaurimento. Per questo motivo nella recente tassonomia green, la Commissione ha deciso di inserire anche l’energia atomica.

Ma un dilemma rimane costante e pervade tutti gli Stati membri: cosa facciamo con le scorie? Ogni volta che viene proposto un nuovo impianto e/o un nuovo sito di deposito, le comunità locali si ribellano, temendo gli effetti radioattivi.

Sicuramente, poi, la guerra in Ucraina ha riacceso tra le persone le preoccupazioni sui pericoli delle scorie nucleari non sicure, soprattutto quando i soldati russi che hanno preso con la forza la centrale nucleare di Chernobyl nel corso dell’invasione.

Ma non è solo una questione di immaginario collettivo e non solo così recente.

Il nuovo impianto croato al confine con la Bosnia

Come riportato da Reuters, il piano della Croazia per un nuovo impianto di stoccaggio di rifiuti radioattivi vicino al confine con la Bosnia sperimenta una crescente opposizione da parte del suo vicino a causa delle preoccupazioni sul potenziale impatto sanitario e ambientale.

Il governo croato, infatti, ha scelto nel 2018 come deposito un sito vicino al fiume Una (un affluente del Danubio), per lo stoccaggio della metà dei rifiuti prodotti dalla centrale nucleare di Krsko (NUK), di cui è co-proprietario con la Slovenia.

La Bosnia, nel tentativo di fermare il piano, ha risposto l’anno successivo dichiarando riserva naturale la sua terra più vicina al sito oltre confine, ma non ha avuto successo. Con l’avvicinarsi del lancio della struttura, i bosniaci stanno diventando sempre più preoccupati per le possibili conseguenze sulla salute pubblica, sui loro fiumi incontaminati e sull’industria dell’agricoltura biologica.

Temiamo che l’impatto di questa proposta sarà devastante sulla vita delle persone e sull’ambiente

dichiara Mario Crnkovic, attivista nella città di Novi Grad, sul lato bosniaco del confine, a circa un chilometro dal sito designato.

La Croazia ha respinto queste preoccupazioni.

Secondo studi preliminari, possiamo dire che il luogo è estremamente sicuro

spiega Josip Lebegner, direttore del fondo per lo smantellamento e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi della società che gestisce l’impianto.

I critici notano però che il governo non ha ancora pubblicato alcuna valutazione del rischio per la salute o l’ambiente della proposta, sottolineando come l’area sia soggetta a inondazioni e regolare attività sismica, nonchè ancora in fase di bonifica dalle mine antiuomo rimaste dalle guerre delle Repubbliche della ex-Jugoslavia negli anni ‘90.

Il Paese ha ripreso lo sgombero dell’area dai dispositivi bellici e installato una stazione sismica per misurare la sensibilità del suolo ai terremoti e promette che il sito sarà utilizzato esclusivamente per lo stoccaggio di rifiuti a bassa e media radioattività mentre quelli altamente radioattivi saranno immagazzinati altrove (non si sa ancora dove).

Ma gli stessi cittadini croati non sono d’accordo. Nikola Arbutina, il sindaco del comune di Dvor in cui si trova il sito, ha dichiarato che gli investitori stanno rinunciando ai progetti e che le persone stanno lasciando l’area dopo che è stata associata al progetto sui rifiuti radioattivi (circa 2.500 residenti hanno traslocato negli ultimi anni).

Le tensioni tra Belgio e Lussemburgo

Nel 2020 il Belgio ha ammesso un incidente diplomatico con il vicino Lussemburgo. Come riportava il Brussel Times, il ministro federale dell’energia e dell’ambiente Marie-Christine Marghem ha accusato l’omologo lussemburghese di “campagna di disinformazione” sulla decisione del Belgio di smaltire le scorie nucleari, e di contro Carole Dieschbourg aveva risposto  incolpando il Belgio di “mancanza di trasparenza” sulla scelta dei siti per lo smaltimento dei rifiuti derivanti dalla produzione di energia nucleare.

Il Paese di Bruxelles, infatti, aveva selezionato sette siti, tutti all’interno del proprio territorio, ma abbastanza vicini alla frontiera da rappresentare un rischio per il Granducato, inizialmente senza dettagli sull’esatta ubicazione dei siti, violando la Convenzione di Espoo che impone la segnalazione dell’impatto ambientale nei casi transfrontalieri.

Le numerose incongruenze che ho sentito ci farebbero credere che l’attuazione della politica belga di gestione dei rifiuti radioattivi avverrà rapidamente – tuonava la Marghem – ma questo dovrebbe essere il primo passo di una procedura che prevede diverse fasi, ciascuna delle quali prevede consultazioni pubbliche

Le preoccupazioni nel Regno Unito

Nel Regno Unito il primo Geological Disposal Facility (GDF) del Paese (che immagazzinerà i rifiuti del XX secolo attualmente stoccati a Sellafield, è stato “venduto” come un grande progetto infrastrutturale che porterà posti di lavoro e prosperità, portando a una gara di offerte tra diverse località remote.

Tuttavia, i residenti non sono così entusiasti dell’idea di ospitare il deposito, con i pensionati nel villaggio di Theddlethorpe, nel Lincolnshire, che si dimostrano particolarmente espliciti.

Come riportato da The Guardian, Victoria Atkins, ministro del governo e parlamentare di Louth e Horncastle, si era detta “sbalordita” dalla prospettiva che il suo collegio elettorale potesse ospitare un GDF, sostenendo che l’impegno del consiglio di contea del Lincolnshire, controllato dai conservatori, con il gruppo governativo di gestione dei rifiuti radioattivi le era stato tenuto nascosto.

Il rischio procedura di infrazione in Italia

Il nostro Paese ha invece ora due mesi di tempo per rispondere all’accusa della Commissione europea di non aver rispettato le norme fondamentali di sicurezza in materia di rifiuti radioattivi. Il programma nazionale attuato dal nostro Paese non è infatti del tutto conforme al quadro comunitario.

Leggi anche: Rifiuti radioattivi: l’Italia rischia un’infrazione sui depositi nucleari non a norma

A seguito del disastro di Fukushima, l’Unione Europea aveva infatti rafforzato le norme di sicurezza fondamentali sul nucleare con la Direttiva 2013/59/Euratom del Consiglio, con l’obiettivo di proteggere la popolazione dall’esposizione alle radiazioni e scongiurare altre catastrofi.

Ma l’Italia non ha applicato il provvedimento pienamente, con misure che non rispettano completamente le indicazioni di delimitare le zone con rischio radiologico, sorvegliare e valutare le esposizioni alle radiazioni nei luoghi di lavoro e controllare gli scarichi radioattivi gassosi e liquidi nell’ambiente.

Solo un problema di accettabilità sociale?

Qualsiasi iniziativa governativa o intergovernativa ha la necessità di essere accettata dai cittadini. In Svezia e Finlandia, dove la decisione di costruire dei GDF era stata comunicata ai cittadini per tempo, chiamati ad esprimere il loro parere attraverso consultazioni pubbliche, ha avuto alla fine l’ok.

Ma il problema delle scorie nucleari, forse, non è solo di accettabilità sociale dovuta a disinformazione. I rifiuti radioattivi rappresentano una questione sanitaria e ambientale molto reale. Le tecnologie sia di produzione di energia nucleare che di stoccaggio dei rifiuti migliorano, ma la certezza che sia davvero tutto sotto controllo, purtroppo, manca.

Siamo davvero sicuri che il nucleare sia la soluzione alla crisi energetica?

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Fonti: Reuters / Brussels Times / The Guardian

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.

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