“Negare, ingannare, ritardare”, così i negazionisti fanno disinformazione sui social e rallentano le azioni per il clima

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C’è divisione su tutto: sui vaccini, sull’accesso all’aborto, sui diritti dei popoli, sui diritti LGBTQ+ e anche sulla crisi climatica. C’è chi nega anche quella tanto che, secondo uno studio che ha ruotato attorno alla COP26, le politiche climatiche vengono trascinate all’interno di vere e proprie battaglie culturali, tra disinformazione e pochi e rumorosi scienziati da strapazzo. Senza mai concludere nulla

Derail climate action”, così gli osservatori internazionali definiscono le strategie, soprattutto online, che hanno il solo obiettivo di “deragliare” le azioni per il clima. Tutto nel nome della disinformazione che ha il sapore del più becero negazionismo.

Lo dice chiaro e tondo una ricerca che mostra come l’emergenza climatica – e le misure necessarie per affrontarla – si stiano in alcuni casi confondendo con questioni di divisione come il razzismo, i diritti LGBTQ+, l’accesso all’aborto e le campagne pro e anti-vaccino.

Il rapporto – “Deny, Deceive, Delay: Documenting and Responding to Climate Disinformation at COP26 and Beyond” – pubblicato dall’Institute for Strategic Dialogue and the Climate Action Against Disinformation (ISD), ha di fatto rilevato che i negazionisti e gli oppositori si concentrano su “ritardo, distrazione e disinformazione” per ostacolare e ritardare l’azione climatica.

La nostra analisi ha mostrato che la disinformazione climatica è diventata più complessa, evolvendosi dalla negazione assoluta in ‘discorsi di ritardo’ identificabili per sfruttare il divario tra adesione e azione – spiega Jennie King, responsabile della disinformazione climatica presso l’Institute for Strategic Dialogue.

Il rapporto

Il report ha sostanzialmente esaminato i post sui social media negli ultimi 18 mesi e in particolare durante il vertice sul clima della COP26 a Glasgow lo scorso anno. Soprattutto qui, l’urgente necessità di strategie di mitigazione e adattamento ad ampio raggio secondo il rapporto è  stata continuamente minimizzata o vista come irrealizzabile, eccessivamente costosa o ipocrita.

E ha individuato una serie di specifici “discorsi del ritardo”, tra cui:

  • Elitismo e ipocrisia: i post analizzati si concentravano sulla presunta ricchezza e sui doppi standard di coloro che chiedono l’azione, e in alcuni casi facevano riferimento a cospirazioni più ampie sul globalismo o sul “Nuovo Ordine Mondiale”. Lo studio ha identificato 199.676 menzioni di questa narrativa su Twitter (tweet e retweet) e 4.377 post su Facebook nel periodo in cui si è svolta la Cop26
  • Assoluzione (o meglio: lo scaricabarile): il rapporto ha trovato 6.262 post su Facebook e 72.356 tweet sulla COP26 che hanno sostanzialmente assolto un Paese da ogni obbligo di agire sul clima incolpandone un altro. Nei Paesi occidentali sviluppati questo si concentrava spesso sulle carenze percepite della Cina e, in misura minore, dell’India, sostenendo che non stavano facendo abbastanza, quindi non aveva senso che qualcuno agisse
  • Rinnovabili inaffidabili: su un periodo più lungo – dal 1 gennaio al 19 novembre 2021 – lo studio ha rilevato 115.830 tweet o retweet condivisi, oltre a 15.443 post su Facebook, che mettevano in discussione la fattibilità e l’efficacia delle fonti di energia rinnovabile

E non solo: il bello è che i contenuti anti-clima più importanti spesso provenivano da una manciata di esperti influenti, molti con account verificati sui social media. Proprio così: l’analisi di 16 account che “diffondono” molta disinformazione climatica su Twitter ha rivelato 13 sottogruppi che convergevano in gran parte attorno alle comunità anti-scienza e cospirative negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Canada.

negazionisti

©ISD

Molti “influencer” in questo gruppo, poi, provenivano originariamente da un background scientifico o accademico e alcuni erano stati precedentemente coinvolti anche in movimenti green.

Ciò consente loro di presentarsi come ambientalisti ‘razionalisti’ e rivendicare maggiore credibilità per la loro analisi, mentre diffondono continuamente i discorsi sul ritardo e su altra disinformazione o disinformazione. Dà loro anche un notevole appeal online e il potenziale per galvanizzare un pubblico molto più ampio, dal momento che sono spesso invitati dai media conservatori come “esperti del clima”.

La soluzione? Secondo il rapporto le società tecnologiche dovrebbero limitare la pubblicità a pagamento e i contenuti sponsorizzati dalle società di combustibili fossili e da gruppi o individui “noti”.

I Governi e le piattaforme dei social media devono apprendere le nuove strategie in gioco e comprendere che la disinformazione sul clima ha un crescente crossover con altri danni, tra cui l’integrità elettorale, la salute pubblica, l’incitamento all’odio e le teorie del complotto.

QUI il rapporto completo.

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Fonte: ISD

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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