Semi da sballo alle Svalbard

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La prima volta che mi capitò tra le mani un articolo sulla Banca dei semi delle Svalbard pensai che si trattasse di uno scherzo. Era il 2007, mi ero da poco appassionata al tema della biodiversità e ammetto che l’idea di una Banca dei semi sul momento mi lasciò un po’ perplessa: diciamo che un mega deposito sotto i ghiacci del Nord evocava immagini piuttosto fantascientifiche e avventure rocambolesche alla Zio Paperone. Oggi non la penso più così.

La settimana scorsa, grazie ad un tam tam lanciato dall’Associazione Italiana per l’agricoltura biologica, l’argomento della biodiversità vegetale è diventato piuttosto popolare. Tuttavia mai come in questi giorni mi capita di pensare che non se ne parli abbastanza. Forse semplicemente non se ne parla nel modo giusto. La verità è che questa storia di semi ed industria è talmente allucinante da sembrare fantascienza. Forse è per questo che non riesce a scuoterci, mentre dovrebbe farci indignare e preoccupare moltissimo.

Qual è il problema? Il problema è che a minacciare la biodiversità non ci sono solo i cambiamenti climatici, l’inquinamento, la deforestazione e l’urbanizzazione selvaggia, il depauperamento dei suoli, l’esasperazione di caccia e pesca: l’industria agroalimentare, con la folle introduzione dei brevetti sulle varietà vegetali, mette di fatto in pericolo la tenuta di un patrimonio genetico millenario e insostituibile.

A questo proposito non si può non citare la Monsanto, un’azienda multinazionale di biotecnologie agrarie tristemente nota per la sua fame di brevetti per la commercializzazione dei semi. La strategia di comunicazione della Monsanto ruota attorno a slogan come questo: “Migliorare l’agricoltura per migliorare vite umane – le nostre innovazioni aiutano gli agricoltori a produrre più cibo usando meno risorse naturali“.

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Peccato che il miglioramento prospettato dalla Monsanto non sia per tutti un passo avanti. Dal momento che l’azienda produce sementi modificate è infatti abbastanza ovvio che desideri proteggere i propri prodotti ed il proprio profitto. Ciò che è discutibile è il modo in cui la Monsanto preme sugli organismi politici affinché riconoscano il suo monopolio sulle varietà di sementi commercializzate. E intollerabile è il fatto che nei salotti politici ci si presti a questi giochetti burocratici come se si stesse giocando a Risiko, e non con le sorti del pianeta (non più tardi di lunedì scorso l’argomento è stato discusso in Commissione Europea).

In realtà – al di là delle battaglie legali delle multinazionali – è da anni che si combatte a più livelli per scongiurare la scomparsa delle varietà vegetali originali e la loro sostituzione con sementi geneticamente modificate, il più delle volte sterili. Ed in tal senso l’idea di una deposito ad hoc è tutto fuorché fantascientifica.

Già nel 1984 la Nordic Gene Bank (Centro nordico per la conservazione delle risorse genetiche) aveva iniziato ad accumulare il germoplasma delle piante sotto forma di semi congelati. Nel 2008 proprio nell’estremo nord, nelle suggestive isole Svalbard, è stato poi inaugurato il Global Seed Vault, un enorme deposito-frigorifero scavato nelle viscere di una montagna di arenaria nell’isola di Spitsbergen, perfetta in quanto esente da attività tettonica e dal suolo perennemente ghiacciato. Il deposito si trova a 130 metri sopra il livello del mare: non si sa mai infatti che nel frattempo lo scioglimento dei ghiacci non porti ad un sensibile innalzamento del livello delle acque! Fantasia? No.. è la realtà, baby.

Nel corso degli anni nelle cassette di sicurezza del Seed Vault sono stati depositati e duplicati moltissimi campioni di semi, con il dichiarato obiettivo di conservare le colture più importanti della terra nella loro varietà a fronte di catastrofi provocate dalla natura o dall’uomo.

E sinceramente, sapendo che tra i maggiori finanziatori di questo futuristico progetto costato 30 milioni di euro c’è proprio la Monsanto, direi che è proprio l’uomo che gioca all’apprendista stregone a doverci preoccupare di più.

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