Sementi, da dove si inizia?

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“Sementi, da dove si inizia?”. Sono queste le parole con cui Vandana Shiva ha aperto il proprio discorso dedicato alla tutela dei semi dai brevetti, alla salvaguardia della biodiversità ed alla sovranità dei popoli.

Vandana Shiva, vicepresidente di Slow Food, presidente di Navdanya, scienziata e attivista indiana era presente in occasione del “Salone del Gusto – Terra Madre 2012” che vede nella giornata di oggi, lunedì 29 ottobre, la propria conclusione, per discutere ancora una volta dell’importanza di riflettere sui semi che utilizziamo, rivolgendosi anche ai consumatori e ai gastronomi più attenti, che scegliendo con meticolosità il cibo da portare sulle tavole, non sempre ricordano di indagare sulla provenienza dei semi da cui esso è nato.

“Sementi, da dove si inizia?” è il titolo dell’incontro svoltosi presso Lingotto Fiere nel pomeriggio di venerdì 26 ottobre, a cui Vandana Shiva ha preso parte insieme a Renato Ballan (Presidio Slow Food del mais biancoperla), Khadija Razavi (Slow Food Iran), Alberto Olivucci (Rete Seed Saver) e ad altri esperti di agricoltura e sostenibilità. Queste le parole di apertura del discorso di Vandana Shiva, che ha focalizzato immediatamente l’attenzione sul ruolo delle multinazionali delle sementi come antagoniste della biodiversità:

“Lottare contro le industrie che, attraverso i brevetti, vogliono possedere la vita. Lo fanno grazie a un trattato internazionale, redatto dalle cinque grandi multinazionali capeggiate dalla Monsanto, che lo permette. Ma da quando si inventa la vita? Loro non hanno inventato nulla, hanno solo modificato dei geni e li hanno registrati. Se i governi del mondo non hanno fatto niente per impedire tale scempio, dobbiamo attivarci noi, non possiamo stare in silenzio”.

Dalle parole di Vandana Shiva sono emersi chiaramente i problemi legati alle sementi industriali. Esse sono altamente selezionate – così come dichiarano i loro produttori – per garantire una resa migliore o altri vantaggi, ma devono essere riacquistate anno dopo anno, poiché, pur provando a conservare i nuovi semi ricavati dal raccolto, i coltivatori non potranno ottenere gli stessi risultati della prima semina. Questo è il risultato a cui si è giunti utilizzando ibridi commerciali e varietà selezionate.

Le sementi tradizionali possono invece essere conservate con accortezza per consentire di riutilizzarle per il raccolto dell’anno successivo, senza dover acquistare nuovi semi, secondo le conoscenze pratiche che ogni contadino può ancora avere. È questo l’appello principale di Vandana Shiva: abbandonare le sementi commerciali per un ritorno a quanto offertoci dalla natura.

Di fronte all’importante appello, sono proprio i contadini a mostrarsi maggiormente preoccupati, in quanto spesso può essere faticoso procurarsi delle sementi al di fuori dei circuiti delle multinazionali. Il controllo delle sementi diventa difficoltoso, così come denunciato da Khadija Razavi, di Slow Food Iran: “Il nostro Paese vive un pericolo grande. Quello delle monocolture: se vengono colpite da parassiti o altri problemi, mandano in crisi l’intero sistema. Si sta distruggendo la biodiversità. Per questo chiediamo a Vandana Shiva di aiutarci nella battaglia contro le multinazionali del mondo colonialista”.

Al centro dell’incontro vi è la volontà di ribadire che le sementi ed il cibo dovrebbero sempre essere di proprietà del popolo, un bene comune indispensabile alla vita, che non dovrebbe essere comprato né venduto.

Nasce in questo modo una contraddizione che forse non sarà mai possibile sanare del tutto, ignorata dal libero mercato, e continua una battaglia contro le multinazionali del mondo colonialista, che desiderano imporre alle popolazioni rurali l’acquisto di sementi brevettate, abbandonando i semi tradizionali, a discapito della biodiversità e del diritto al cibo, tema centrale dell’evento torinese di quest’anno, che tra sementi, alimentazione e problema della fame nel mondo sembra aver tracciato un triangolo troppo spesso considerato come scontato (al di fuori degli eventi dedicati a questo teme e della associazioni che in tutto il mondo si battono per il fondamentale diritto all’alimentazione) e che meriterebbe maggiore attenzione da parte di tutti noi.

Marta Albè

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