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Antichi Egizi e gatti: un’ossessione dai risvolti macabri

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Non solo adorazioni: gli antichi Egizi avevano una vera e propria ossessione per i gatti, che però aveva dei risvolti macabri. Ne sono convinti alcuni scienziati, tra cui un gruppo di ricerca della Swansea University (Regno Unito) che ha ritrovato un gattino di 5 mesi morto mummificato in una tomba. Alcune ricerche precedenti sostengono ci fossero dei veri e propri allevamenti da cui venivano presi e uccisi felini per questi scopi.

È noto da tempo come i gatti fossero considerati “divini” dagli antichi Egizi, perché cacciatori di topi e serpenti ma anche perché l’antico popolo credeva in Divinità dalle qualità feline: in altre parole gli Egizi vedevano caratteristiche simili a quelle dei gatti negli Dei in cui credevano e quindi vedevano divinità nei mici.

Il popolo adorava infatti anche una dea gatta, Bastet, “residente” in un’antica città, Bubastis, a sud-est della moderna Zagazig (Egitto). Sembianze di gatto furono attribuite nei secoli a Bast, originariamente la dea della guerra nel Basso Egitto che dopo assunse caratteristiche miti e protettive.

Negli anni successivi iniziò la fabbricazione di mummie di gatto in onore di Bastet, e Bubastis, la città del Delta che era il cuore del culto di questa dea, ne divenne il centro di eccellenza.

Leggi anche: Bubastist, l’antica città egiziana dei gatti divini

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©Scientific Reports

Purtroppo però, non solo statue: gatti veri, persino cuccioli, venivano uccisi apposta per essere mummificati e messi nelle tombe dei benestanti. Il ritrovamento, insieme a quello di altri animali, non lascerebbe dubbi su questa pratica.

I “sospetti” già c’erano: come riportava la BBC nel 2011, il Museo Nazionale di Storia Naturale dello Smithsonian Institution di Washington DC sosteneva come esistesse un’antica industria egiziana della mummificazione degli animali, così vasta da mettere alcune specie in pericolo di estinzione, ma anche come gli egiziani credessero di fare agli animali un grande onore.

L’Egitto del VII secolo a.C. non era dunque un posto salutare per i gatti (ma anche per i cani e altri animali): gli allevamenti di cuccioli costituivano un business enorme, allo scopo di fornire una scorta di animali da uccidere e mummificare.

Il ritrovamento dello scorso agosto 2020 sembra confermare tutto: utilizzando scansioni 3D ad alta risoluzione, i ricercatori sono riusciti a fornire dettagli senza precedenti sulla vita e la morte degli animali oltre 2000 anni fa. Tra questi un cucciolo di gatto di appena 5 mesi, che appare con il collo spezzato di proposito.

Gli animali venivano dunque allevati o catturati dai custodi e poi uccisi e imbalsamati dai sacerdoti del tempio. Si ritiene che in questo modo siano state create fino a 70 milioni di mummie animali. Qualcosa che a noi fa orrore ma che all’epoca sembrava normale.

Chissà se mai i nostri posteri troveranno orribile quello che tuttora facciamo noi agli animali, tra l’altro non ritenendo in alcun modo di fare bene a loro, ma per dichiarato puro egoismo.

Il lavoro è stato pubblicato su Scientific Reports, del gruppo Nature.

Fonti: Swansea University / Scientific Reports / BBC

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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