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Se il cane sta male il proprietario ha diritto a due giorni di permesso retribuito da lavoro. Il caso della dipendente pubblica che, non avendo alternative e dovendo operare il suo amico a quattro zampe, ha ottenuto il via libera pagato per stargli vicino, ha creato un precedente.

Il cane della dipendente dell’Università Sapienza stava molto male e necessitava di un intervento urgente. Così la donna aveva chiesto senza successo al suo datore di lavoro, il riconoscimento del permesso retribuito di due giorni di assenza.

Una richiesta che all’inizio, appunto, non le era stata accordata, così la dipendente ha chiesto assistenza legale alla Lav che si è appellata ad una norma ben chiara contenuta nel Codice penale.

L’articolo 727 recita, infatti, che la non cura di un animale di proprietà integra il reato di maltrattamento, non solo, ma vige anche quello di abbandono.

Il cane della dipendente dell’ateneo, dopo una paralisi della laringe, aveva bisogno di un intervento chirurgico urgente. L’operazione richiedeva un’assistenza di due giorni, la donna single e senza nessuno a cui poter delegare la cura dell’animale, ha chiesto il permesso retribuito.

Sappiamo che il contratto collettivo dei dipendenti pubblici prevede il permesso retribuito per gravi motivi personali o familiari, non era però contemplata la clausola animale domestico. La donna si è così rivolta alla Lav per una consulenza.

Un’operazione che richiedeva di portare l’animale dal veterinario e assisterlo in continuazione per almeno due giorni. La donna, impiegata amministrativa single, vive da sola e non poteva delegare a nessuno la cura dell'animale. Ha chiesto, così, due giorni di permesso retribuiti all’ufficio del personale.

Il presidente Gianluigi Felicetti e l'ufficio legale hanno rintracciato alcune sentenze della Cassazione che stabilivano come la mancata cura di un animale configuri i reati di abbandono e maltrattamenti. L'impiegata, quindi, ha potuto sostenere che se non avesse assistito il suo cane avrebbe commesso un reato.

"È evidente quindi che non poter prestare, far prestare d un medico veterinario cure o accertamenti indifferibili all’animale, come in questo caso, rappresentava chiaramente un grave motivo personale e di famiglia, visto che la signora vive da sola e non aveva alternative per il trasporto e la necessaria assistenza al cane", scrive la Lav.

“Ora, con le dovute certificazioni medico-veterinarie, chi si troverà nella stessa situazione potrà citare questo importante precedente”, ha detto in una nota Gianluca Felicetti.

L’associazione, da anni, chiede che il Codice civile riconosca gli animali come “esseri senzienti”, come fa già il Trattato della Ue, e non come “beni mobili”: in questo modo la legge potrebbe trattarli come membri della famiglia e regolare, ad esempio, permessi di lavoro e affidamenti in caso di morte o di divorzio.

Ricordiamo che il maltrattamento è un reato:

“Speriamo che il prossimo governo e il prossimo Parlamento avranno il coraggio di fare un'organica riforma del Codice civile, approvando la nostra proposta di Legge ferma dal 2008”, ha concluso Felicetti.

La notizia ha diviso però il popolo del web, in tanti sono convinti che il permesso non sarebbe dovuto essere retribuito.

Dominella Trunfio

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