Coronavirus, ecco come gli spazi interni potranno adattarsi alle nuove regole per limitare i contagi

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Coronavirus: il distanziamento sociale per ora è l’unica arma per frenare il contagio, ma non può essere assoluto e comunque non sarà eterno. Come possiamo ridurre i rischi all’interno degli edifici? Aprire le finestre e le tende sembrano le soluzioni più semplice e ovvie, ma non sono gli unici accorgimenti di cui dovremmo tenere conto. Le proposte dell’Università della California a Davis, negli Stati Uniti.

Tutto il mondo, anche quello in piena emergenza, sta cercando soluzioni per la cosiddetta Fase 2, quella in cui dovremmo “convivere” con il virus, limitando i danni sanitari ma anche quelli economici (in attesa di una terapia e/o di un vaccino efficaci). Per questo, squadre di esperti studiano metodologie per ritornare a una sorta di normalità che tenga però conto dei rischi.

Ma non solo. Anche in piena emergenza non è possibile fermare completamente tutto: ospedali a parte, ci sono altre attività che non possono stopparsi, come supermercati e in generale negozi che vendono beni di prima necessità, così come le farmacie, ma anche i mezzi pubblici che devono accompagnare chi a lavoro deve andare comunque.

Per questo fioccano proposte per conciliare virus e vita “normale”.

Proprio recentemente, due ricercatori dell’Università di Princeton avevano proposto “la regola dei 6 secondi e dei 6 piedi”, sostenendo che entro 6 secondi e 6 piedi (circa 2 metri), il rischio di contagio è molto basso, e invitando la comunità scientifica a concentrarsi sulla carica virale, fattore meno considerato nel dibattito e nella ricerca, ma non meno importante.

Ora ricercatori dell’Università della California sottolineano che aprire le finestre è importantissimo, perché la circolazione dell’aria favorisce la dispersione degli agenti patogeni, mentre aprire le tende consente l’ingresso di luce naturale. E questo vale pressoché per tutti i virus e batteri.

Per quanto riguarda il temutissimo SARS-CoV-2, responsabile dell’infezione Covid-19, finora, l’unica via di trasmissione documentata è quella diretta da persona a persona. Ma è noto che i virus si depositano anche sulle superfici e il tempo di sopravvivenza di questo è ancora in discussione: le stime vanno da un paio d’ore a qualche giorno, in base al materiale e alle condizioni.

E soprattutto, non conoscendo i tempi precisi, la pulizia regolare delle superfici e il lavaggio accurato delle mani sono importanti, come più volte ribadito anche dal nostro Ministero della Salute.

Quello che è forse meno noto è l’impossibilità di bloccare il virus per i comuni filtri dell’aria HEPA e MERV: le strategie di ventilazione possono però ancora svolgere un ruolo nel ridurre la trasmissione della malattia perché l’aumento della quantità di aria che fluisce dall’esterno e la velocità di scambio possono diluire le particelle di virus all’interno, abbassando il rischio di contagio.

Ciò può includere la ‘ventilazione perimetrale’, ovvero l’apertura di una finestra, quando le temperature esterne lo consentono – spiegano i ricercatori – Tuttavia, un flusso d’aria elevato potrebbe anche sollevare particelle stabilizzate e rimetterle in circolo, oltre a far consumare più energia”.

È importante dunque agire anche sull’umidità.

Alle molecole di virus piace l’aria secca – continuano gli esperti – quindi mantenere un’umidità relativamente elevata può aiutare. Le goccioline portatrici di virus diventano più grandi nell’aria umida, quindi si depositano più rapidamente e non viaggiano lontano. L’umidità sembra anche interferire con l’involucro lipidico attorno a virus come SARS-CoV-2. Troppa umidità, tuttavia, può favorire la crescita di muffe”.

Purtroppo gli edifici moderni sono generalmente progettati per promuovere le interazioni sociali, dalle aree abitative a pianta aperta nelle case agli uffici aperti in cui molti lavoratori condividono lo spazio. Si ritiene infatti che questi layout generino più creatività e lavoro di squadra. Ma purtroppo sono probabilmente anche ottimi per diffondere virus.

A breve termine potrebbe non essere pratico apportare grandi cambiamenti al layout degli uffici. Ma comprendere in che modo la disposizione e il modo in cui le persone utilizzano gli spazi condivisi influiscono sulla trasmissione della malattia potrebbe aiutare a sviluppare misure di distanziamento sociale efficaci e prendere decisioni su quando le persone possono tornare al lavoro.

La review è stata pubblicata su mSystems.

Fonti di riferimento: UC Davis / mSystems

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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