parquet_bambu

Cosa potrebbe esserci di più “verde” del bambù? Utilizzata nei più svariati settori, dall’abbigliamento alle pavimentazioni, questa pianta robusta ma allo stesso tempo flessibile, si caratterizza per la sua crescita rapida e la sua robustezza che le permette di fare a meno di pesticidi o fertilizzanti chimici, oltre a rendere tanto felici i grossi panda.

Tempo fa vi avevamo parlato del parquet in bambù, valida alternativa a quello tradizionale in legno, grazie alle sue particolari caratteristiche di resistenza e durezza, ma soprattutto di rinnovabilità della materia prima. Infatti dove un rovere impiega all’incirca 120 anni per raggiungere la maturità, il bambù solitamente ne impiega 3.

Dal punto di vista sociale inoltre, il bambù è una fonte molte cospicua di reddito in Cina, dove ben 6 milioni di persone sono occupate nel settore della produzione e della lavorazione di questa pianta, e uno dei miti da sfatare è proprio quello secondo il quale, il raccolto del bambù utilizzato per il parquet toglierebbe da mangiare ai panda giganti, già in via di estinzione. In realtà queste meravigliose creature, si nutrono quasi esclusivamente dei germogli e delle foglie solo di alcune specie, le quali si trovano in alta quota e non nelle pianure dove viene raccolto il bambù per le lavorazioni industriali.

Nonostante tutto, da recenti studi pubblicati dall’ Environmental Building News, erano state evidenziate problematiche molto preoccupanti relative alla gestione non sostenibile della pianta di bambù, riguardanti in particolar modo la sostituzione delle foreste vergini in Cina, ed in generale in Asia, con enormi piantagioni di bambù tanto da diventarne monocoltura esclusiva. Ma non solo, altre preoccupazione riguardavano l’uso di fertilizzanti chimici e di pesticidi per aumentarne il rendimento, con conseguenti forti impatti negativi sulle biodiversità locali e sul suolo, pericolosamente danneggiato ed eroso soprattutto nelle aria di forte pendenza.

Tuttavia la buona notizia è che in realtà queste pratiche, non sembrano essere dopo tutto così diffuse, come inizialmente erano apparse.

Una questione ancora da risolvere però è quella della certificazione, non essendo ancora stata prevista per il bambù l’equivalente della FSC. Infatti sebbene le foreste di bambù potrebbero essere certificate secondo gli standard del Forest Stewardship Council (FSC), questo non è ancora avvenuto. E la risposta di tale riluttanza da parte della FSC a certificare il bambù, sta proprio nelle caratteristiche intrinseche della pianta, la quale legno esattamente non è.

Infatti il bambù non è un materiale solido che viene tagliato in tavole come il legno tradizionale, ma, in particolar modo il parquet, è formato da sottili listelli che vengono compresse insieme con colla, che a seconda del fornitore, può essere esente da formaldeide o meno. E il prodotto ottenuto varia a seconda della durezza (che a sua volta dipende dalla maturità della pianta), della qualità, del colore (chiaro o carbonizzato), dall’orientamento dei filamenti o listelli (orizzontale o verticale) o dal processo di lavorazione (stratificato o pressato).

E ovviamente legato alla questione della certificazione, per affermare l’effettiva sostenibilità di questa pianta, è il discorso relativo alla gestione delle sostanze chimiche che vengono utilizzate dai fornitori per la lavorazione, in particolare la qualità di colle, resine, leganti e della quantità di formaldeide in essi contenuti. È dunque la scelta del fornitore, arrivati a questo punto, che fa la differenza tra un prodotto realmente green ed uno che lo è solo a metà. Ma non essendoci un ente terzo che certifica tale prodotto, come effettivamente si può verificare la veridicità di quanto affermato dai fornitori?

Una certificazione appropriata, non solo nella parte finale di lavorazione ma anche in quella iniziale di coltivazione, è dunque l’unica via per dimostrare i reali i vantaggi ambientali di questa prodigiosa pianta dai molteplici usi.

Gloria Mastrantonio

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