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Nella kermesse del Salone del Mobile 2010, tra brand neo green, post green o ante green, c’è qualcuno che in modo orgoglioso ama definirsi un “pioniere” della sostenibilità, facendo risalire l’inizio della sua attività di produzione e di ricerca di materiali a tempi non sospetti e a interessi non modaioli. Sono i 6 protagonisti di un’avventura milanese che si chiama Onfuton: uno showroom, ma prima ancora un laboratorio artigianale che dal 1989 conduce un percorso tutto personale nell’ambito dell'arredamento e della biocasa.

Quando ancora a malapena parlare di materie prime naturali e atossiche era un esotismo di nicchia, Onfuton proponeva letti, materassi e complementi d’arredo di matrice orientale. Quasi gli unici in Italia a essere portatori di questo know how durante gli anni ’90, hanno educato moltissime famiglie alla scelta dei materiali naturali e atossici, munendosi di certificazioni e di controlli prima che leggi e leggine li rendessero obbligatori.

Era un mondo di gente che parlava la stessa lingua, a volte ignorata dalla maggioranza, che si riconosceva per la strada e che era consapevole del prodotto e delle sue caratteristiche qualitative.

Ci racconta Cristiana Maiocchi, fondatrice e animatrice dell’idea: “all’inizio essere quasi gli unici in Italia aveva ovviamente i suoi vantaggi, ma noi non ci siamo mai adagiati sui risultati ottenuti. Certo, fronteggiare l’invasione Ikea da un lato e il boom dei marchi e dei prodotti cosiddetti sostenibili non è stato e non è tuttora facile ma la nostra risorsa è stata quella di esserci mossi sempre perseguendo degli obiettivi coerenti. I nostri clienti lo sanno”.

A volte avere fiducia nei propri clienti è una forza e ci sono occasioni come la settimana del Mobile in cui i clienti ringraziano. Per esempio quando tra i mille appuntamenti cui partecipare quei clienti tornano a far visita al negozio di fiducia, quello che da sempre propone oggetti e prodotti di qualità. Non da ora, non da ieri, ma da 20 anni a questa parte. È capitato nello showroom di Onfuton, domenica scorsa, dove, tra uno champagne, un vino invecchiato nelle botti utilizzate per le sedie e un pezzo di formaggio, Cristiana Maiocchi e i suoi soci hanno proposto agli ospiti alcune new entry nella collezione.

Si tratta delle opere di due artigiani che, come Onfuton, fanno del riciclo, dell’ecologia e della sostenibilità uno stimolo per la creatività pur mantenendo la produzione su un fronte artigianale.

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Si tratta di Marco Torchio e delle sue Sedie del Torchio e di Grace Ivo , designer ideatrice di Luce, lampade fatta di carta dei quotidiani riciclata.

Continua Cristiana Maiocchi: “nel corso della storia di Onfuton, a un certo punto, piuttosto che confrontarci con le difficoltà stoicamente soli abbiamo iniziato a proporre nelle nostre collezioni anche le opere di piccole aziende e artigiani con i quali ci sentissimo in sintonia: modelli di piccola impresa all’italiana, come siamo noi, attenti ai materiali e ai processi produttivi sostenibili. È così che abbiamo invitato anche Marco Torchio, per esempio, della cui opera ci siamo innamorati da subito Le sedie del Torchio sono sedute generate dalle doghe delle preziose barrique, le botti che nel tempo limitato di circa quattro anni lasciano effondere aromi che regalano al vino sapori unici. Un materiale ligneo quindi che oltre ad avere un forte valore funzionale possiede un’aurea simbolica legata alla produzione di vini preziosi, alla terra in cui vengono prodotti, le Langhe, e al tentativo di conservazione della memoria che prevede l’archiviazione delle doghe usate con un timbro che fissa la storia del legno e l’unicità di ciò che ne nasce. Ogni sedia infatti è un prodotto unico, composto pezzo dopo pezzo.

Lampada_luce

Un profilo più artistico possiedono invece le aeree proposte di Grace Evo che sfruttano la leggerezza della carta finemente lavorata e ricomposta per produrre affascinanti giochi di luce.

Ricercare, collaborare, lasciarsi ispirare mantenendo fede alla propria carta d’identità: così Onfuton è sopravvissuta all’invasione di una green revolution in cui a volte è ancora difficile riconoscere il sottile confine tra realtà e finzione.

Pamela Pelatelli



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