Tag:petrolio

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Hanno passato la notte nelle tende sfidando il freddo e il gelo i quattro attivisti di Greenpeace che ieri mattina all'alba, eludendo l'imponente schieramento militare della marina danese, hanno scalato la piattaforma petrolifera Stena Don, al largo della Groenlandia e riusciti a bloccare le operazioni di perforazione.

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Si è tenuta nei giorni scorsi ad Asiago, la seconda tappa di Griglie Roventi", il campionato di barbecue che ha già suscitato molte reazioni di sdegno tra i vegetariani e gli ambientalisti.  Come se non bastasse con l'arrivo della stagione estiva milioni di famiglie nel mondo rispolvereranno i loro barbecue per allegre grigliate in compagnia di parenti ed amici. 

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Ancora una volta, Albert Einstein aveva ragione, quando disse: “Io non so con quali armi sarà combattuta la terza guerra mondiale, ma so che la quarta sarà combattuta con pietre e bastoni”. Ovviamente, tutti speriamo che a questi livelli non si arrivi mai. Ma un dato di fatto comincia a essere sotto gli occhi delle Nazioni: Stati Uniti e Cina hanno iniziato una nuova corsa agli armamenti. Questa volta, però, c'è una sostanziale – e importante – differenza di fondo: si tratta di ausili ecosostenibili. Sviluppati, cioè, con l'aiuto delle nuove tecnologie. Per quanto “ecosostenibile” può essere un dispositivo studiato per generare morte e distruzione. Leggi tutto...

arctic

Nuova spedizione per l’”Arctic Sunrise”. Dopo le gelide temperature dell’Artico, la nave di Greenpeace salpa verso le oleose acque del Golfo del Messico. Tre mesi di spedizione per capire la reale dimensione della catastrofe e indagare sulle vere cause del disastro.

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Alle ore 16.15 italiane BP ha iniziato a cementare il pozzo fallato nel Golfo del Messico. E' la fine dell'incubo iniziato il 20 aprile con l'esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon?

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Soldati schierati, armi chimiche dal cielo, centinaia di mezzi navali, ma soprattutto vittime, un numero incalcolabile, come in tutte le guerre. Nel Golfo del Messico si combatte senza sosta: da una parte la marea nera,  il “mostro invisibile”, come lo ha definito qualcuno a New Orleans, dall'altra i militari dell'esercito statunitense, le organizzazioni ambientaliste, i cittadini volontari e i dipendenti della società responsabile, la British Petroleum.

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Restano vani i tentativi di fermare la chiazza nera di petrolio, larga ormai circa 193 km, che sta avanzando e che nonostante gli sforzi fatti in questi giorni per arginarla, ha raggiunto le coste della Lousiania facendo prevedere uno dei “peggior disastro ambientale della storia degli Stati Uniti”.

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Oggi dovrebbe essere il gran giorno di “Static Kill”, la fase preliminare dell'operazione con la quale Bp promette di chiudere definitivamente la falla del pozzo che da 105 giorni sta iniettando petrolio nei mari del Golfo del Messico e causando il più grave disastro ambientale di tutti i tempi.

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Arriva la minaccia di una nuova marea nera e di un altro disastro ecologico negli Stati Uniti. A causa della rottura di un oleodotto della compagnia canadese Enbridge, sono fuoriusciti circa 4 milioni di litri di petrolio che si sono riversati nelle acque del fiume Talmadge, un affluente del Kalamazoo diretto verso il lago Michigan, dove rischiano di finire i litri di greggio fuorusciti.

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Si è appena conclusa la Giornata Mondiale degli Oceani, che è stata segnata dalle cupe immagini della marea nera del Golfo del Messico. Impressionanti e drammatiche, le istantanee diffuse in tutto il mondo, ci mostrano la crudezza dell'agonia di migliaia di animali uccisi dal petrolio. Ad evitarci questo macabro spettacolo non sarà certo la risoluzione del problema bensì la censura: è di questi giorni infatti la notizia che la compagnia petrolifera britannica BP, responsabile del disastro, ha vietato agli addetti ai lavori di condividere le foto degli animali morti sui social network, o di passarle ai giornali.  Questo controllo potrebbe servire ai responsabili, per cercare di alleggerire la propria posizione di fronte all’opinione pubblica.

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Auto elettriche e ibride: cresce la domanda. Una buona notizia, una boccata d'ossigeno nell'attuale panorama della motorizzazione che, secondo un sondaggio effettuato dalla JD Power, società di consulenza inglese, si avvia in maniera concreta ad essere meno “petrolio dipendente” e sempre più green. Leggi tutto...

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A partire dall'alba di questa mattina, squadre di attivisti Greenpeace UK hanno costretto alla chiusura ben 47 stazioni e punti di rifornimento della British Petrolium in tutta Londra, responsabile del disastro ambientale provocato nel golfo del Messico dalla marea nera.

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Si tratta di un enorme disastro ecologico. Giovedì scorso, 22 aprile, la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon è sprofondata a 84 chilometri dal porto di Venice, nel Golfo del Messico. Due giorni prima un tubo di trivellazione aveva causato una forte esplosione da cui si era generato un incendio di vaste proporzioni durato 36 ore. A bordo erano presenti 126 uomini, 17 dei quali sono rimasti feriti, 4 in gravi condizioni. Undici operai sono ancora dispersi.

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Ci risiamo. Dopo il disastro della marea nera nel Golfo del Messico, la BP non finisce più di stupire e annuncia nuove trivellazioni, questa volta nel Mar Mediterraneo, a largo della Libia, esattamente nel golfo libico della Sirte, che dista solo 500 chilometri dalla coste della nostra Sicilia.  

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Piove sempre sul bagnato, perché – si sa – le sciagure non arrivano mai sole: dopo il dramma ambientale nel Golfo del Messico provocato dalla marea nera, con risvolti pesanti sulla salute e sull’economia locale, arriva oggi una nuova minaccia già ribattezzata Bonnie, una tempesta tropicale che potrebbe trasformarsi in un uragano.  

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Sembra una beffa del destino: dopo il disastro provocato dalla piattaforma Deepwater Horizon nel golfo del Messico, ci si mette anche la marea nera cinese, provocata venerdì scorso – come abbiamo già detto in questi ultimi giorni – dall’esplosione di due oleodotti nel mar Giallo, in una zona nord-orientale della Cina.  

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La drammatica situazione della marea nera nel Golfo del Messico sembrava essere ad un punto di svolta, verso un miglioramento e invece, dopo appena tre giorni dall’installazione del nuovo tappo, ecco un’altra cattiva notizia: si sarebbe aperta una nuova falla, nei pressi di Macondo, che rischia ancora una volta di far precipitare tutto.

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Dopo ben 13 settimane dall’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon, che ha provocato il riversamento in mare di 60.000 barili di petrolio, con danni irreversibili per la flora, la fauna, la salute e l’economia dell’intera zona del Golfo del Messico, sembra che la BP abbia finalmente trovato una soluzione definitiva per evitare l’espandersi del disastro ambientale: sembra infatti dai test effettuati che la nuova cupola installata nei giorni scorsi sia riuscita a chiudere la falla bloccando tutta la fuoriuscita di greggio.

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Ieri sera la Bp ha installato il nuovo tappo sulla falla petrolifera che sta provocando il più grande disastro ambientale della storia degli Stati Uniti. Si spera ora che la nuova copertura riesca finalmente e per la prima volta ad arginare la marea nera che da 84 giorni continua a riversarsi nelle acque del Golfo del Messico.

 

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Le trivellazioni off-shore autorizzate dal Governo italiano al largo delle Isole Tremiti non sarebbero un caso isolato, perché, a quanto pare, è in atto una vera e propria corsa "made in Italy" alla ricerca del petrolio.

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