Creato Lunedì, 18 Aprile 2011 12:11 Scritto da Pamela Pelatelli

E’ nella natura dell’uomo catalogare, classificare, archiviare. Si tratta di un meccanismo naturale che si attiva ogni qual volta si ha la necessità di mettere dei punti fermi a situazioni, le più diverse, che appaiono caotiche o poco controllabili. Se ne ottiene spesso un principio di regolamentazione che serve per ordinare ciò che sembra non esserlo. Negli ultimi anni questa stessa necessità è emersa nel mondo alimentare, a seguito della proliferazione delle provenienze del cibo e per controllarne la sicurezza, nel mondo dei materiali, per identificare ciò che è innovativo da ciò che rispecchia canoni produttivi tradizionali, nel mondo degli elettrodomestici per favorire coloro che rispettano determinati criteri energetici. Da qualche mese è la volta dei tessuti.
L’idea è venuta nelle aule della Scuola NABA, Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, che nell’ambito del corso di studio in Design del Tessuto e dei Materiali ha intrapreso un percorso di ricerca, analisi e classificazione dei materiali ecosostenibili.
Edmondo Erba, docente di Cultura dei Tessuti, racconta come: “anche quello dei tessuti sia un sistema in cui difficilmente si riescono a ricostruire i passaggi che hanno condotto al prodotto finito e le modalità di trattamento. Il Paese in cui è stata raccolta la materia prima è, spesso, molto lontano dal luogo in cui è stata trattata, che a sua volta è dall’altra parte del mondo rispetto a dove è stato tinta e così continuando”. A partire da queste difficoltà, conoscere i vari passaggi della filiera e garantirne una sorta di tracciabilità non è impresa facile. “Questo - prosegue il Prof. Erba – potrebbe però aiutare l’industria a sentirsi maggiormente tutelata e valorizzata dal mercato poiché si potrebbe riconoscere la differenza tra chi agisce in modo etico e chi no”.
In questa direzione gli studenti di NABA hanno cominciato a muovere i primi passi. 150 sono, al momento, i tessuti individuati e catalogati.
La catalogazione distingue tre tipologie di tessuti: organici, riciclati e innovativi:
La billa cellulosa è un altro esempio di particella derivante dalla cellulosa dei pioppi che va nella direzione di trovare nuove risorse produttive. Molto diffusa in India, è utile per tessere leggere viscose.
Infine l’ingeo©, polimero derivante dalla soia, del tutto simile a quello del poliestere, materiale presente in circa il 60% delle fibre tessili in commercio e prodotto a seguito di un lungo trattamento sul petrolio. La sostituzione del petrolio con la soia se, da un lato, potrebbe garantire una maggiore autonomia da una risorsa che sappiamo essere limitata, dall’altro pone di fronte alla difficoltà di dirottare grandi quantità di materia prima che in molti paesi è alla base dell’alimentazione. “Se da un lato apprezziamo il potenziale tessile della soia dall’altro ci scontriamo con il suo peso geopolitico” commenta il Prof. Erba, che vede comunque positivamente il grande sviluppo di una ricerca attenta al tessile.
In questo quadro complesso e affascinante si inserisce, last but not least, il consumatore a cui la tessuteca si rivolge con lo scopo, nel medio lungo periodo, di garantire la presenza su tutti i tessuti di un’etichetta che identifichi le caratteristiche produttive e non solo quelle di manutenzione degli abiti che acquistiamo.
Pamela Pelatelli