Nucleare in Italia: tutti gli aspetti da considerare |
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| Lunedì 07 Settembre 2009 09:39 Scritto da Serena Bianchi | |||||||||
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Tra mappe, cifre e rapporti cerchiamo di fare il punto della situazione, andando a sondare anche l'opinione di chi il nucleare in Italia e nel mondo non lo vuole. Un'analisi tematica per fare chiarezza sul futuro finanziario, energetico e ambientale del Paese. LA SITUAZIONE EUROPEA L'attuale situazione europea, esclusa la Russia, vede 59 reattori nucleari attivi, 11 centrali inutilizzate e 1 in costruzione.
Sono 19 i reattori funzionanti nel Regno Unito che coprono il 13% dell'energia elettrica del Paese. 17 in Germania con una copertura del 23%. 8 in Spagna con il 18% di elettricità prodotta. La Francia è in testa con 59 reattori e una copertura del 77%. L'Italia, ultima classificata, ha 0 centrali, 4 previste e, al momento, 0% di elettricità dal nucleare.
19 reattori per una produzione energetica inferiore al 20%. Ben 59 per raggiungere il 77%. Per ottenere il 30% dell'elettricità totale dal nucleare in Italia occorrerebbero 20 centrali, una per regione. A dirlo è il Nobel per la Fisica Carlo Rubbia. L'Italia però non è geograficamente adatta a ospitarle tutte. Secondo la mappa diffusa da Greenpeace, tenendo conto dei principali fattori di rischio geomorfologici connessi al cambiamento climatico e alle caratteristiche del territorio italiano, le aree idonee al nucleare si avvicinano allo zero. Il cambiamento del clima e della piovosità hanno posto due questioni: la presenza di acqua sufficiente per la refrigerazione degli impianti e il rischio di allagamento. L'area del delta del Po ad esempio, che negli anni '70 era stata considerata idonea al nucleare, non è poi così adeguata come si pensava poiché soggetta in estate alla diminuzione della portata d'acqua e in altre stagioni dell'anno a fenomeni alluvionali. Se dal Po passiamo alle aree costiere subentra un altro fattore di rischio: il fenomeno dell'innalzamento del livello del mare che il nostro Paese non può trascurare. La vulnerabilità delle coste italiane, infatti, è dovuta ai movimenti della terra e al cambiamento atteso sui livelli del mare. Il nostro è un nucleare a rischio climatico e se ai primi due fattori ne aggiungiamo un terzo, il rischio sismico, i siti risultanti rimangono pochi ovvero la Sardegna, una fascia tra Piemonte e Lombardia e un'area nel Salento brindisino. Siti che, a loro volta, dovranno essere valutati sulla base di fattori ulteriori come la compresenza di altre attività a rischio, la densità di popolazione, le infrastrutture e i collegamenti. Ricordiamoci che per avere il 30% di energia elettrica servono 20 centrali.
QUESTIONE SCORIE
L'Italia ha circa 25mila m³ di rifiuti, 250 tonnellate di combustibile irraggiato, pari al 99% della radioattività presente nel nostro Paese a cui sommare 1.500 m³ di rifiuti annui prodotti da ricerca, medicina e industria e 80 - 90 mila m³ di rifiuti derivanti dallo smantellamento delle 4 centrali e degli impianti del ciclo del combustibile. Dove andranno a finire? Da una valutazione preliminare condotta nel 1999-2000 dal Gruppo di lavoro sulle condizioni per la gestione in sicurezza dei rifiuti nucleari, le aree potenziali si concentrano tra l'Alto Lazio e buona parte della Toscana, Le Murge pugliesi, la Basilicata e parte della Calabria. Viene da chiedersi se i cittadini toscani, lucani, pugliesi e calabresi saranno d'accordo con questa cartina. Ed ecco che sorge il quarto fattore limite al nucleare: l'accettazione sociale. Siamo proprio sicuri che, dopo il referendum del 1987, la popolazione accetterà di buon grado la presenza di una centrale nelle vicinanze della sua città? Abbiamo visto che l'Italia non è geograficamente adatta ad ospitare le centrali ma, se il governo italiano riuscisse in uno dei suoi noti miracoli e ci ritrovassimo con un reattore a regione, quale sarebbe l'economia legata all'atomo?
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