Creato Mercoledì, 24 Novembre 2010 11:08 Scritto da Pamela Pelatelli

Gli economisti li temono. I governi li osservano. I pubblicitari li studiano. Sono generalmente giovani, tecnologici, consapevoli, fiduciosi nei confronti dell’altro e vogliono vivere leggeri. Sono i consumatori del Nuovo Millennio. Sono i figli della generazione che ha fatto del consumo materiale e dell’accumulazione, il simbolo del proprio benessere. E ora che si sono fatti grandi, rifuggono il modello genitoriale per cercare stimoli e opportunità di ricchezza in altre e nuove forme di “avere”.
Ciò che li accomuna è uno slogan noto agli architetti più radicali: “Less is more”. Meno è più. Che in questo caso si traduce in: sottrarre per aggiungere. Alleggerirsi per vivere meglio. L’obiettivo è quello di cominciare a eliminare l’acquisto del superfluo per concentrarsi sull’essenziale. Meno accumulazione, più condivisione. Meno oggetti, più persone. Meno produttività, più creatività.
Complici la diffusione della rete da un lato e la crisi economica dall’altro, sono venuti a galla in pochi anni sia i rischi collegati alla crescita progressiva e continua del tipo di consumo che ha contraddistinto i Paesi Occidentali negli ultimi cinquant’anni, sia le opportunità che il web ha aperto sotto forma di nuove modalità di acquisto e/o scambio di oggetti ed esperienze.
La digitalizzazione ha sicuramente facilitato il percorso di abbattimento del numero di libri, cd, dvd, riviste, guide, giochi, biglietti aerei, impianti stereo e video… permettendo di racchiudere tutto dentro un unico computer.
La stessa fiducia che ci vuole quando si decide di eliminare il problema dell’auto e intraprendere un viaggio in carpooling, condividendo il mezzo e la strada con uno sconosciuto, per andare da un posto all’altro. Il governo della California, forte del numero di ragazzi che aderiscono al fenomeno, ha deciso addirittura di incentivarlo aprendo corsie preferenziali per coloro che viaggiano in questo modo.
Non molto distante da questi esempi è il fiorire costante di siti che consentono di affittare qualsiasi tipo di oggetto per periodi di tempo limitati. Il fenomeno è nato soprattutto in relazione al mondo della moda, per controbattere l’abbreviarsi della stagionalità degli abiti, ma si sta velocemente espandendo anche ad altri settori di consumo. Si va dai gioielli da sposa agli abiti premaman, dalle borse alle barche, alle cassette per gli attrezzi. Nella mappa delle iniziative che incentivano a liberarsi dagli oggetti si trovano anche gli swap party e il baratto che recuperano il principio sociale dello scambio economico in quanto esperienza che associa all’atto del consumo una situazione di relazione e condivisione umana spesso irrintracciabile nella condizione classica di acquisto.
Se un tempo queste pratiche avevano il retrogusto della cultura hippie, o odoravano di nostalgia da sessantotto mai realizzato, oggi si rivelano prive di riferimenti politici o ideologici. Emanano l’afflato di una società che tenta di ricostituirsi secondo regole proprie e modelli di cooperazione generati dal basso. E’ una società che, consapevole dello stato delle cose, ma priva di una forte carica di protesta, agisce in modo autonomo e rigenerativo. Di recente ha cercato di delinearne le caratteristiche anche il noto economista Jeremy Rifkin nel suo ultimo saggio La civiltà dell’empatia (Mondadori, 2010). Qui egli dichiara che: “La generazione che si è affacciata alla conoscenza nel terzo millennio dà per scontato che il mondo è fatto di condivisione e cooperazione. Questi ragazzi abituati a usare Skype per parlarsi col compagno di Tokyo intuiscono che siamo un'unica famiglia planetaria, per loro è più facile comprendere che ogni gesto quotidiano in ogni angolo del mondo ha un impatto in tempo reale sulla biosfera e colpisce la specie umana ovunque essa si trovi. Lì si è già avviata la transizione verso una nuova forma di coscienza”.
Il modello descritto da Rifkin è rintracciabile in numerosi movimenti nati in modo spontaneo nella società civile a livello globale. Se negli Stati Uniti il network della Smart Growth Society ha stilato un manifesto in dieci punti per delineare un percorso di crescita sostenibile ed equo, in Europa da tempo si parla di Decrescita. Nato come un movimento di nicchia, esso si è diffuso nella coscienza collettiva. Non più teoria per pochi, ma paradigma culturale con cui la società sta cominciando a confrontarsi. Perché come dice il suo fondatore, l’economista e sociologo Serge Latouche, “una società della decrescita non comporta un regresso sul piano del benessere”, ma parte dalla consapevolezza dell’esigenza di una rifondazione delle dinamiche sociali in chiave eco-logica e quindi mirata a Rivalutare, Ristrutturare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare.
Affinché ciò accada - ricorda Latouche – serve una “decolonizzazione dell’immaginario” a vantaggio di un nuovo modo di pensare e agire. Leggero ed efficiente appunto.
Pamela Pelatelli
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