Creato Lunedì, 01 Novembre 2010 12:31 Scritto da Alessandro_Ribaldi

Nel 1992 Severn Suzuki non era altro che una bambina. Una bambina come lo siamo stati noi, come lo sono – magari – i vostri fratelli, i vostri figli, i vostri nipoti. Era una bambina e al contrario di tanti suoi coetanei preferì andare al “Vertice della Terra delle Nazioni Unite” a Rio de Janeiro piuttosto che giocare. Fece una raccolta fondi e con una delegazione di suoi coetanei arrivò a parlare davanti ai potenti (o presunti tali) del mondo.
Severn Suzuki aveva 12 anni, ma quel giorno ebbe una capacità d’analisi degna di un premio Nobel. Zittì il mondo con un monologo che durò poco più di sei minuti. Non fu un vero e proprio un j’accuse, ma semplicemente un punto di vista sfociato in una richiesta di un mondo migliore. Quella bambina canadese 18 anni fa, impugnò il microfono e nella maniera più ingenua e pura possibile chiese ai rappresentanti delle Nazioni Unite: come mai se “voi” grandi insegnate a noi bambini di essere generosi fate le guerre e non utilizzate quelle forze e quei soldi per sfamare chi non mangia?
Severn Suzuki è cresciuta e oggi ha 30 anni. Ha continuato il suo attivismo dimostrato in tenera età, collaborando in modo reale e concreto alla tutela ambientale. Si è laureata ed ha collaborato a “The Skyfish Project”, un think tank presente su Internet che venne promosso al Summit Mondiale per lo Sviluppo Sostenibile di Johannesburg. A quel congresso presentarono, infatti, un documento chiamato Recognition of Responsibility, ovvero "Riconoscimento di Responsabilitá”.

I potenti presenti all’epoca in quel parlamento, invece, che fine hanno fatto? Probabilmente stanno continuando ad applaudire. Probabilmente stanno continuando ad agire di facciata. Probabilmente stanno continuando a tenere salda ai loro glutei la poltrona di ordinanza. Probabilmente stanno continuando ad anteporre prima i propri interessi a quelli degli altri. Probabilmente? No perdonatemi, sicuramente.
A conti fatti, ahimè, sono passati diciotto anni e quelle parole della “piccola” Severn risultano ancora attualissime e nulla – purtroppo – sembra cambiato. Al massimo, deprecabilmente, peggiorato.
E prendendo nuovamente in prestito le parole di quel discorso che tanto catalizzò all’epoca l’opinione pubblica sarebbe proprio il caso di ricordare che “… siamo ciò che facciamo, non ciò che diciamo”. Mondo, non è forse arrivato il momento di svegliarsi?
Alessandro Ribaldi
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